Speciale Premi Nobel 2026: cosa dicono della nostra società – 13/10/2026
Puntata speciale sui premi Nobel 2026, raccontati attraverso i vincitori e letti come chiave per interpretare le priorità e le tensioni della società contemporanea.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#NobelPace
NobelPrize.org – Announcement, Nobel Peace Prize 2026
NBC News – Navi Pillay, who led U.N. panel that found Israel committed genocide in Gaza, wins Nobel Peace Prize
Orizzonte Scuola – Nobel per la Pace 2026, vince Navi Pillay: la scelta di Oslo premia una vita in difesa dello Stato di diritto
JusticeInfo – South African judge Navi Pillay wins Nobel Peace Prize
Al Jazeera – 2026 Nobel Peace Prize awarded to Navi Pillay
MercoPress – US sanctions the International Criminal Court hours after a former judge wins the Nobel Peace Prize
Avvenire – TITOLO
#NobelEconomia
The Japan Times – Robert Hall and Michael Woodford win 2026 Nobel economics prize
NPR – Nobel Prize in Economics goes to Hall, Woodford for work on boom-bust cycles
Business Standard – Nobel Economics Prize 2026: How Hall and Woodford changed policymaking
IBTimes UK – It Worked Well – Until It Didn’t’: Nobel Economists Expose the Limits of Old Economic Thinking
arXiv – An essay on the history of DSGE models
#NobelMedicina
The Next Web – Nobel Prize in medicine goes to the light switch for brain cells
Qatar Tribune – German duo, US scientist win Nobel medicine prize for brain research
Focus – Agli scienziati dell’optogenetica il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2026
My Personal Trainer – Come un’alga di stagno ha portato al Nobel e rivoluzionato lo studio del cervello
#NobelChimica
NobelPrize.org – Popular information: The Nobel Prize in Chemistry 2026
AGI – Nobel per la Chimica a Kagan e Soai
Chemistry World – Reactions that demonstrate how homochirality can emerge take chemistry Nobel prize
Il Sole 24 Ore – The 2026 Nobel Prize in Chemistry has been awarded to Henri Kagan and Kenso Soai for their work on homochirality
#NobelFisica
NobelPrize.org – Press release: The Nobel Prize in Physics 2026
Physics World – Francis Halzen wins Nobel Prize in Physics
Euronews – Fisico belga vince il Nobel trasformando il ghiaccio antartico in telescopio
INAF Media – Il Nobel per la fisica 2026 va a Francis Halzen
#NobelLetteratura
NPR / WUNC – Poet and essayist Anne Carson wins 2026 Nobel Prize in literature
Panorama – Nobel per la Letteratura 2026 ad Anne Carson, la poetessa che ha reinventato i miti greci
Agenzia Nova – Literaturnobelpreis 2026 an die Kanadierin Anne Carson
Il Foglio – The challenging and selective verses of Anne Carson, winner of the Nobel Prize in Literature
Linkiesta – L’ha vinto una donna. Il Nobel a Anne Carson, e la voragine di senso del ridicolo
Trascrizione episodio
Ieri mattina a Stoccolma è stato annunciato il premio Nobel per l’economia, l’ultimo della serie dei premi Nobel 2026 che sono stati tutti annunciati durante l’ultima settimana. E allora ho pensato di dedicare tutta questa puntata a loro, ai premi Nobel.
Non tanto, o non solo, per scoprire chi sono, ma perché credo che ci dicano qualcosa di importante sulla nostra società, se siamo in grado di osservarlo. Il premio Nobel infatti, come ogni premio, non è un premio per “il/la migliore” in assoluto, tipo la più grande scienziata, lo scrittore più bravo, la persona che ha fatto di più per la pace. Non funziona proprio così.
Alfred Nobel, nel suo testamento, chiedeva di premiare chi aveva portato il maggior beneficio all’umanità. Non il più geniale, quindi, ma diciamo il più utile. E anche se i premi Nobel vengono assegnati spesso per lavori di anni o decenni fa, sono assegnati alla luce dello sguardo attuale. Cioé, tendiamo a scegliere col senno di poi, fra mille cose potenzialmente interessanti, quella che incarna di più lo spirito o le esigenze attuali.
E quindi vorrei provare a leggerli così, per raccontarvi sì i personaggi e le loro scoperte, azioni o opere, ma anche cosa ci dice quella premiazione sulla nostra società.
Partiamo proprio dal premio che più di tutti è stato letto come un messaggio politico. Venerdì scorso, a Oslo, il Comitato norvegese ha assegnato il Nobel per la pace a Navanethem Pillay, ovvero colei che ha presieduto la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, commissione che nel 2025 ha concluso che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza.
Su Avvenire Fabio Carminiati commenta così: “Dopo aver scovato per anni nei cassetti le candidature più innocue e meno politicamente scorrette, il Comitato di Oslo ha restituito quest’anno al Premio Nobel per la pace la sua anima più profonda di coraggio e dignità. Nel 2025 aveva toccato uno dei punti più bassi della sua storia, laureando a simbolo della pace in Venezuela María Corina Machado. Che, poche settimane dopo aver ritirato il premio, si era precipitata da Donald Trump per omaggiarlo della medaglia come il Libertador”.
Fatemi dire giusto due parole su chi è questa donna premiata perché ha una storia davvero interessante. È sudafricana, nata nel 1941, in una famiglia di origine tamil, figlia di un autsta dell’autobus, nel Sudafrica dell’apartheid. Durante l’apartheid è stata la prima donna ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal, e a difendere gli attivisti perseguitati dal regime, tra cui Nelson Mandela.
Da lì si è avviata la sua carriera internazionale: dal 1999 al 2003 ha presieduto il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, partecipando anche alla sentenza che per la prima volta ha riconosciuto lo stupro come atto di genocidio. Poi è diventata giudice della Corte penale internazionale e, dal 2008 al 2014, Alta Commissaria ONU per i diritti umani. Infine, dal 2021 al 2025 ha presieduto appunto la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, che nel 2025 ha concluso che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza, nella sentenza più dura di sempre contro lo stato d’Israele.
Le reazioni ovviamente non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri israeliano ha accusato il premio di legittimare l’odio anti-israeliano, arrivando a scrivere che Goebbels starebbe applaudendo dall’inferno. E poche ore dopo l’annuncio, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni alla Corte penale internazionale in quanto istituzione, sanzioni che tagliano fuori la Corte dal sistema finanziario statunitense e si estendono a chi lavora con lei. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato apertamente di una campagna per smantellare la Corte “mattone dopo mattone”.
Questo premio è sicuramente un premio coraggioso, ma ci racconta un’amara realtà. Ovvero che per decenni abbiamo dato per scontato che, almeno sulla carta, esistessero delle regole comuni: tribunali, convenzioni, istituzioni che, per quanto imperfette, valevano per tutti. Oggi quel presupposto non è più scontato. E il fatto che il più famoso premio per la pace del mondo scelga di premiare non una tregua, non un accordo, ma una giudice, ci dice che forse quella che fino a ieri era l’infrastruttura invisibile della convivenza pacifica internazionale è diventata qualcosa da difendere.
Facciamo un salto temporale e veniamo all’ultimo premio della serie, annunciato proprio ieri mattina a Stoccolma. Il Nobel per l’economia 2026 è andato a due economisti statunitensi, Robert Hall, dell’Università di Stanford, e Michael Woodford, della Columbia University. La motivazione ufficiale, a un primo ascolto, è abbastanza criptica: “per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica”. Ma in realtà è una roba che anche qui ci dice diverse cose interessanti.
Gli studi che hanno portato al Nobel i due economisti nascono negli anni Settanta, con le crisi petrolifere che creano una situazione inedita, che i modelli dell’epoca non sapevano spiegare, ovvero una situazione in cui inflazione e disoccupazione salgono insieme. Ed è qui che alcuni economisti capiscono che per comprendere la macroeconomia non basta guardare i grandi numeri, ma bisogna scendere al livello delle decisioni di famiglie e imprese, che come una sommatoria di tante micro-azioni dal basso influenzano gli andamenti macroeconomici.
Hall mostra che le persone spendono non solo in base a quanto guadagnano oggi, ma a quanto si aspettano di guadagnare domani. Woodford inserisce questa intuizione dentro un modello più ampio, che tiene insieme famiglie, imprese e banche centrali. I loro modelli quindi tengono in considerazione le aspettative verso il futuro, la fiducia, tutti quei fattori che sembrano lontani dall’economia ma che invece giocano un ruolo centrale soprattutto quando le cose non vanno bene, quando ci sono le crisi, e questi meccanismi rischiano di accelerare il tracollo economico.
Sulla base dei loro studi sono stati sviluppati i modelli che usano oggi banche centrali e governi di mezzo mondo per affrontare shock come la pandemia o le crisi energetiche.
Ed eccoci qua. Cosa ci racconta questo premio del nostro tempo? Secondo me, due cose. La prima è che viviamo nell’epoca degli shock e delle crisi permanenti. Pandemia, guerre, crisi energetiche ed ecologiche, tutto fra l’altro reciprocamente connesso. Il fatto che l’Accademia svedese scelga di premiare proprio gli strumenti per assorbire i colpi ci dice che l’instabilità non è più l’eccezione, ma la condizione normale con cui dobbiamo imparare a convivere.
La seconda è che l’economia è fatta principalmente di aspettative e quindi di storie che ci raccontiamo sul futuro. E di nuovo torniamo a un punto cardine anche del nostro lavoro, ovvero quanto le storie che ci raccontiamo, determinando il nostro immaginario, contribuiscono a creare il futuro.
Detto questo, i modelli premiati non sono esenti da critiche. Dopo la crisi del 2008 la famiglia di modelli a cui appartengono è finita sotto accusa per non averla vista arrivare. Economisti come Robert Solow, Olivier Blanchard e Joseph Stiglitz hanno contestato che i comportamenti ipotizzati non corrispondessero abbastanza a quelli reali delle persone. Ma comunque, le considerazioni fatte sopra restano valide.
Il Nobel per la medicina è andato a due tedeschi, Peter Hegemann e Georg Nagel, e a uno statunitense, Karl Deisseroth, per l’optogenetica, ovvero quella tecnica che permette di accendere e spegnere i neuroni con la luce.
In pratica le cellule del nostro cervello, i neuroni, comunicano attraverso piccoli impulsi elettrici. L’optogenetica consiste nel rendere alcuni neuroni sensibili alla luce, inserendo al loro interno, tramite modifica genetica, una proteina speciale. A quel punto, nei laboratori, basta puntare un fascio di luce su quella zona del cervello, di solito con una sottilissima fibra ottica, e quei neuroni si attivano, oppure si spengono, a comando. Come premere un interruttore. Accendendo e spegnendo gruppi precisi di neuroni negli animali da laboratorio, i ricercatori hanno studiato e capito quali aree o cellule servono a formare un ricordo, quali sono coinvolte nella paura, nel dolore, in alcune malattie.
La storia con cui ci sono arrivati è interessante. Tutto comincia con un’alga verde unicellulare, che ha come caratteristica quella di nuotare verso la luce. Hegemann voleva capire come facesse. All’inizio degli anni Duemila, insieme a Nagel, capì che era grazie ad una proteina sulla superficie della cellula che si attivava quando era colpita dalla luce. Hegemann dopo l’annuncio ha detto che all’inizio nessuno era interessato a quello che studiavano sulle alghe e che quasi nessuno li prendeva sul serio.
Credo che questo premio ci dica due cose importanti. La prima è che lo studio del comportamento e del condizionamento del comportamento ha raggiunto livelli ormai elevatissimi. Branche come l’optogenetica creano le basi di conoscenza su cui si costruiscono poi anche tutte le aziende che propongono interfacce cervello-macchina, tipo Neuralink per intenderci. E questo Nobel certifica la centralità di questi studi per la società contemporanea.
L’altra considerazione invece è più generale, e riguarda la casualità con cui avvengono le scoperte. È un tema su cui c’è una letteratura vastissima, ma credo che in un momento in cui sempre più possiamo indirizzare le nostre energie e le nostre ricerche dritte verso l’obiettivo, anche con l’ausio di mezzi potentissimi come l’IA, non dobbiamo scordarci che tante delle scoperte più incredibili, belle o brutte che siano, sono avvenute per caso, come inciampi di percorso o seguendo sentieri che non sapevamo dovre ci avrebbero condotto.
Passiamo alla chimica. Il Nobel è andato al francese Henri Kagan, classe 1930, e al giapponese Kenso Soai, nato a Hiroshima nel 1950 per le loro ricerche sulla chiralità.
Che roba è? In pratica, molte molecole esistono in due versioni identiche ma speculari, come la mano destra e la sinistra. La molecola è la stessa, fatta dagli stessi elementi, ma il fatto che siano disposte al contrario può far sì che le due versioni si comportino in modo diversissimo. Prendiamo la molecola del carvone, chi non la conosce. Una delle due forme speculari è responsabile dell’odore della menta, l’altra invece dà l’odore al cumino dei prati. In un farmaco, una versione di una molecola può curare e l’altra essere inutile o persino dannosa.
La cosa curiosa è che la vita sulla Terra usa solo una delle due “mani”: le proteine, per esempio, sono fatte da una sola delle due forme degli aminoacidi. Si dice che la vita sulla terra sia “mancina”. Una roba che è rimasto un mistero per oltre mezzo secolo finché Kagan nel 1986 scoprì che in certe reazioni un piccolo squilibrio iniziale tra le due forme non si trasmette in modo proporzionale, ma si amplifica. E Soai ha fatto il passo successivo realizzando in laboratorio una reazione autoalimentante di questo tipo.
Oltre alle ricadute sui farmaci, che probabilmente sono il motivo principale del premio, è interessante notare che una minuscola asimmetria, una volta innescata, può autoalimentarsi fino a dominare tutto il sistema. È la logica dei sistemi complessi non lineari, la stessa che troviamo nei punti di non ritorno del clima o nella polarizzazione delle opinioni. Quando in un sistema dominano i cicli di retroazione positivi, anche una piccola modifica può produrre enormi cambiamenti.
Il Nobel per la fisica è andato a Francis Halzen, belga, 82 anni, professore all’Università del Wisconsin. Al centro della sua ricerca ci sono i neutrini, particelle quasi senza massa e senza carica, che attraversano la materia praticamente indisturbate.
Nel 1988 Halzen ebbe l’idea di usare il ghiaccio del Polo Sud come rivelatore. Quando, molto raramente, un neutrino urta un atomo nel ghiaccio, infatti, produce un lampo di luce blu. Quindi basta avere sensori abbastanza sensibili, e abbastanza ghiaccio per oservarne il comportamento. Nasce così IceCube: migliaia di sensori sepolti in un chilometro cubo di ghiaccio antartico.
In questo caso mi sembra interessante cogliere un aspetto forse marginale, ovvero che questo sarebbe un premio Nobel collettivo. Dietro c’è il lavoro di una grande squadra internazionale. E quindi questo premio fa emergere come ci piaccia far emergere la singola persona, il genio individuale, il Premio Nobel appunto, ma come la scienza moderna in particolare sia sempre un lavoro collaborativo, e forse potremmo rivedere qualcosa anche nei criteri di assegnazione di premi come il Nobel.
E chiudiamo con la letteratura. Il Nobel è andato alla canadese Anne Carson, 76 anni, poetessa, saggista, traduttrice e studiosa di greco antico.
Il suo libro più famoso è Autobiografia del rosso, in cui prende un mito greco minore, quello di Gerione, il mostro rosso e alato ucciso da Eracle, e lo trasforma in un romanzo in versi su un ragazzo fragile e il suo primo amore. In un’altra opera sovrappone Marilyn Monroe a Elena di Troia. Insomma, Carson mescola poesia, saggio, traduzione, teatro, e usa i classici come una lente per leggere il presente.
E quindi noi, usando il premio a lei assegnato a sua volta come una lente per leggere il presente stiamo facendo una roba alla Nolan. Sta rassegna sta toccando dei livelli altissimi.
Comunque, l’Accademia l’ha premiata proprio per aver creato nuove forme per la letteratura contemporanea, in dialogo giocoso con la tradizione classica. Non tutti sono entusiasti. Il Foglio, per esempio, le rimprovera una scrittura difficile e selettiva, che sembra quasi alzare apposta le barriere d’ingresso per il lettore. Mentre la sempre severissima Guia Soncini, che parla di un “rituale degli anni pari”, facendo notare che, dal 2018 a oggi, negli anni pari il Nobel per la letteratura è sempre andato a una donna, cosa che legge come il segno che il premio guarda al genere più che al valore delle opere. Esprimendo poi una stroncatura senza vie di scampo dell’opera della poetessa.
Al di là del valore letterario, su cui non mi esprimo perché non sapevo chi fosse Anne Carson fino al momento della proclamazione, credo che il messaggio che possiamo cogliere qui riguardi il tema di rivisitare ciò che esiste. Cioé nell’epoca in cui tutto è già stato scritto, fatto, detto, la creatività si sposta nel riprendere ciò che c’è già e rileggerlo, dargli nuovi significati. Che poi se ci pensiamo è esattamente ciò che fa l’IA, che pesca dal gigantesco calderone del sapere umano e riorganizza le cose ridandogli senso. Non so cosa significhi tutto ciò, ma mi sembra interessante.
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