Da Tirana a Belgrado, le proteste della GenZ possono rovesciare i governi dei Balcani – 16/10/2026
Proteste in Albania e Serbia, alluvione a Istanbul, il decreto Carburante e le nuove trivellazioni.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Albania
Al Jazeera – Albanian police fire tear gas at protesters as Education Ministry attacked
France 24 – Albania protests turn violent as protestors demand PM Rama’s resignation
The Washington Post – Clashes erupt in Albania as protesting students join anti-government movement
inAlbania – Tirana Erupts in Chaos as Anti-Government Protests Escalate
New Eastern Europe – Making sense of the Flamingo Revolution in Albania
BTA – Protests against Albanian Coastal Development Project Enter 30th Day
Politis – ‘Flamingo Revolution’ Reaches Albanian Parliament
#Serbia
Italia che Cambia – Gli studenti che stanno organizzando una rivoluzione in Serbia
#Istanbul
Al Jazeera – Teenager dies as heavy rain floods Istanbul
The National – Two dead in Istanbul as torrential rain floods Turkish city
ABC News – Heavy rain shuts down Istanbul, causing flooding and 2 deaths
Sözcü – İstanbul’dan acı haber geldi: 2 kişi hayatını kaybetti
Yeni Akit – 14 yaşındaki çocuk hayatını kaybetmişti! Facianın altından büyük ihmal çıktı!
#DecretoCarburante
Il Sole 24 Ore – Carburanti, ok del Senato al decreto. Estesi i poteri al commissario per le trivelle
L’Indipendente – Il governo ha diminuito i vincoli per impianti rinnovabili e trivelle
Trascrizione episodio
Da tre giorni la capitale dell’Albania, Tirana, è attraversata da proteste molto forti. Martedì parecchie centinaia di studenti si sono radunati davanti al Ministero dell’Istruzione in una manifestazione che è presto degenerata: alcuni hanno lanciato mattoni contro l’edificio, hanno sfondato le finestre, abbattuto la recinzione e dato fuoco ai cartelloni.
La polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti. Mercoledì il bilancio è stato persino più pesante, con diversi edifici governativi danneggiati, uno dato alle fiamme, e un tentativo di assalto a una stazione di polizia.
Le immagini stanno facendo il giro dei media, ma vale un po’ il discorso che facevamo per gli studenti francesi. I disordini finiscono nei titoli, le motivazioni, a andar bene, in fondo agli articoli. E allora cerchiamo di esplorare queste motivazioni, perché i Balcani stanno diventando l’epicentro di una profonda ribellione giovanile diffusa anche in altri luoghi.
La genesi di queste proteste in realtà risale a fine maggio, sulla costa sud, vicino a Valona, quando ha preso il via quella che è stata poi ribattezzata la “rivoluzione dei fenicotteri”. Lì, nel villaggio di Zvërnec, sono partite le prime proteste contro la costruzione di un mega resort di lusso in un’area naturale protetta. Un progetto, tra l’altro, legato Jared Kushner, il genero di Trump, il villain per eccellenza del nostro tempo.
Nell’area, che appunto è una riserva naturale protetta dove vivono fenicotteri, foche e tartarughe marine. Per permettere la costruzione, nel 2024 il governo aveva modificato la legge sulle aree protette, esentando gli hotel a cinque stelle dai vincoli di costruzione. Così, a caso. E secondo gli scienziati i primi lavori hanno già fatto danni alle dune e ai nidi delle tartarughe.
All’inizio a protestare erano perlopiù gli abitanti dei villaggi attorno alla laguna. Ma la protesta si è via via allargata. In particolare un video, molto circolato, in cui un contadino viene trascinato via dalla sua terra da uomini mascherati, mentre la polizia resta a guardare, ha fatto il giro del web e attirato nuove persone a protestare.
Nei mesi successivi il movimento è cresciuto molto, si è esteso a Tirana e ad altre città e ha allargato il bersaglio. Nell’estendersi la protesta è cambiata. È diventata soprattutto una mobilitazione giovanile e anche il bersaglio si è allargato. È diventata una protesta di ragazzi albanesi stanchi di oligarchi, mafia e politici corrotti che si prendono gli spazi pubblici senza pagarne le conseguenze. L’Albania è probabilmente l’unico paese del Mediterraneo in cui meno del 5% delle spiagge è accessibile al pubblico.
Cosa interessante, per la prima volta hanno partecipato anche gli albanesi all’estero, in massa alle manifestazioni di Tirana e ne hanno organizzate di proprie a Lione, New York, Toronto e Berlino.
Dall’altro ieri, poi, si sono aggiunti gli studenti universitari, portando le loro rivendicazioni legate ai costi dell’università, alle condizioni degli atenei, alle borse di studio, al lavoro dopo la laurea. Sono loro che hanno fatto crescere la protesta nei numeri e, in parte, nella tensione.
Sullo sfondo, poi, ci sono le questioni trasversali a tutte le proteste: l’aumento dei costi dell’energia, del gasolio, l’inflazione, che come spesso accade aumentando la pressione sui sistemi esacerbano le tensioni già presenti portandole a scoppiare.
Il governo al momento ha mostrato chiusura e repressione. Considerate che edi Rama governa l’Albania da più di dieci anni, e l’anno scorso ha vinto il suo quarto mandato consecutivo con una maggioranza comoda. Il suo governo è finito più volte al centro di scandali di corruzione. Ma ha sempre resistito, fin qui.
Stavolta però le proteste sono diverse a quelle che ha dovuto affrontare. Sono molto più grandi, e trasversali. Fin qui Rama ha escluso di dimettersi, ma dalla vicina Serbia arriva un monito interessante.
Restiamo nei Balcani, perché una cosa simile sta succedendo in Serbia sono migliaia e migliaia di studenti a far tremare il potere, in una storia diversa, meno conosciuta e per certi versi ancora più straordinaria. Oggi su Italia che Cambia pubblichiamo un lungo pezzo su questa vicenda, che vi consiglio di leggere perché la racconta in maniera molto più dettagliata e con contributi e interviste a giornalisti e attivisti serbi.
In pratica tra dieci giorni, il 25 ottobre, la Serbia va al voto anticipato, e il principale sfidante del presidente Aleksandar Vučić, che governa il paese da quattordici anni, non è un partito ma appunto una lista di studenti.
Anche qui, come spesso accade, è stato un episodio a far detonare la situazione. Tutto è iniziato il primo novembre 2024, quando alla stazione di Novi Sad, appena ristrutturata fra l’altro con dei fondi collegati alla nuova via della seta, è crollata una pensilina di cemento e ha ucciso sedici persone.
Per molti serbi quel crollo è diventato il simbolo di un sistema dove corruzione e appalti opachi contano più della vita delle persone. La protesta in quel caso è nata proprio dentro le università, che vengono occupate una dopo l’altra, al punto che oggi più di due terzi degli atenei del paese. All’inizio gli studenti chiedono concrete, come trasparenza sui documenti della ristrutturazione della pensilina. Ma di fronte a un governo che non risponde, a un certo punto cambiano obiettivo e chiedono elezioni anticipate. E alla fine le ottengono.
La cosa più interessante di questa storia però è quello che avviene dopo, come si organizzano. Scelgono di non avere leader, né portavoce. Ogni decisione si prende nei plenum, ovvero nelle assemblee di facoltà, collegate in una rete di oltre ottanta assemblee in tutto il paese. Con questo metodo hanno scelto i 250 candidati della lista, e basta il veto motivato di una sola facoltà per bloccare un nome.
E la cosa ha funzionato fin da subito. Per presentare la lista servivano diecimila firme e in un weekend ne hanno raccolte settantamila, con gente in fila anche sei ore. Avendo scarso accesso alla tv di regime, in migliaia iniziano a marciare per il paese e in venti giorni bussano alla porta di 170mila famiglie, villaggio per villaggio, per parlare con le persone e raccontare il proprio programma elettorale. E nel frattempo hanno contagiato anche il resto della cittadinanza, perché nei quartieri sono rinate centinaia di assemblee di cittadini, uno strumento di democrazia diretta previsto dalla legge ma rimasto per decenni sulla carta e che ora si è attivato praticamente ovunque.
È un movimento gigantesco che stra facendo cose credo senza eguali. Con le sue contraddizioni, ovviamente. A cominciare, ad esempio, da una certa vena nazionalista: sul Kosovo, per esempio, non si capisce bene wquali posizioni abbia lalista studentesca, ma pare siano posizioni non troppo diverse da quelle del governo. E sul genocidio di Srebrenica tace. C’è chi li giustifica dicendo che è una strategia per ottenere consenso e chi li critica duramente. Nell’articolo cerchiamo di riportare vari punti di vista.
Fatto sta che fra pochi giorni si vota e per la prima volta Vucic trema. I sondaggi dicono che c’è grande incertezza. Studenti e attivisti temono brogli e hanno formato migliaia di cittadini per osservare le elezioni. Staremo a vedere, ma di certo è una sotira che ho trovato interessantissima.
Mercoledì sera Istanbul, la città più grande della Turchia, è stata colpita da un nubifragio violentissimo che ha allagato case, strade, sottopassi, metropolitane, e ha fatto almeno due vittime.
Per darvi un’idea delle proporzioni, secondo le autorità è la pioggia più intensa registrata a Istanbul dal 1942, cioè da quando esistono le rilevazioni, con punte di 242 millimetri in alcune zone. Al Comune sono arrivate quasi 7mila chiamate di emergenza in una notte. Il governatore ha sospeso le scuole per oggi e messo in congedo parte dei dipendenti pubblici, e ha chiesto a chi vive negli scantinati di passare la notte ai piani alti.
Un ragazzino di 14 anni è morto folgorato mettendo il piede in una pozzanghera in un parco: l’acqua era elettrificata, probabilmente per una dispersione da cavi interrati troppo in superficie, ma su questo c’è un’indagine in corso. Mentre una persona di 34 anni è scivolata sul marciapiede battendo la testa.
E non è finita, perché si prevede che continui a piovere per altri due o tre giorni.
Al solito, è il nuovo clima, un clima per cui le nostre città non sono state progettate. Sebbene sia presto per dire con certezza quanto un evento del genere sia collegabile alla crisi climatica, perché per quello serviranno gli studi di attribuzione, che richiedono settimane, alcune cose le possiamo dire con abbastanza sicurezza.
La prima è una questione di fisica di base: un’atmosfera più calda è come una spugna, trattiene più vapore acqueo, circa il 7% in più per ogni grado di riscaldamento. E quando quell’acqua viene giù, viene giù tutta insieme. La seconda è che il Mediterraneo, e i mari attorno, si stanno scaldando più velocemente della media globale. E un mare caldo in autunno è anch’esso come un serbatoio di energia e umidità che alimenta temporali sempre più violenti. Quindi anche se eventi come questo non sono una novità in sé, il clima che cambia li rende più probabili e più intensi.
Poi c’è il modo in cui costruiamo le città. Istanbul è cresciuta in modo vertiginoso, con tantissimo cemento, spesso dove non si doveva. La rete fognaria, poi, è vecchia e mantenuta male, per cui quando arriva tanta acqua tutta insieme, semplicemente non sa dove andare.
Insomma, la lezione è sempre la stessa, e vale per Istanbul come per noi: la crisi climatica aumenta la pressione, ma fa i danni peggiori laddove incontra territori impermeabilizzati, cementificati e impreparati. So che fare investimenti in adattamento è costoso, ma non farli lo è di più.
Torniamo in Italia. Ieri, il Senato ha approvato il cosiddetto decreto Carburante. Prima dell’approvazione, con un emendamento inserito all’ultimo in Commissione Ambiente, la maggioranza ha allentato una serie di vincoli legati ai permessi per le trivellazioni.
È una roba un po’ preoccupante. Leggo dal Sole 24 Ore: “Trentotto pratiche per cercare ed estrarre idrocarburi (cioé petrolio e gas) sulla terraferma aspettano il via libera delle Regioni. Nei casi peggiori l’attesa arriva a nove anni dalla presentazione della domanda. L’obiettivo del decreto legge varato il 10 settembre 2026 e appena approvato dal Senato, è di sbloccarle: il testo ora passa alla Camera, che deve convertirlo in legge entro il 9 novembre”.
Il cuore del provvedimento è l’articolo 2, preparato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Funziona così: se la Regione non dà l’intesa entro 45 giorni dalla domanda, Palazzo Chigi le fissa un termine perentorio. Il termine è di 60 giorni al massimo e scende a 30 per i progetti legati alla gas release, il meccanismo pensato per cedere gas a prezzo calmierato alle industrie energivore e mai decollato.
Nel frattempo il Governo verifica con la Regione le ragioni del ritardo, ma i termini continuano a correre. Se la Regione resta ferma, il Consiglio dei ministri la sente e poi esercita i poteri sostitutivi. Nomina quindi un commissario ad acta, eventualmente affiancato da un subcommissario, che dà l’intesa al posto dell’amministrazione. Entrambi lavorano senza compensi né rimborsi.
In commissione Ambiente un emendamento di Claudio Fazzone (Fi) ha dato più poteri al commissario. Potrà adottare anche gli atti intermedi e le autorizzazioni di competenza della Regione o degli enti locali necessari a chiudere il procedimento.
Le pratiche ferme sono 10 permessi e 28 concessioni. La produzione nazionale è lontana dai livelli del passato. Nei primi quattro mesi dell’anno, secondo il Mase, l’Italia ha estratto 926 milioni di metri cubi di gas e 1,2 milioni di tonnellate di petrolio. Negli anni Novanta si arrivava a 20 miliardi di metri cubi di gas e a 4-5 milioni di tonnellate di greggio all’anno. Per la premier Giorgia Meloni, aumentare la produzione interna significa «ridurre la dipendenza dall’estero».
In realtà, come nota l’Indipendente, c’è anche un’altra novità che riguarda i permessi per le rinnovabili. Parchi fotovoltaici e pale eoliche potranno essere costruiti anche nelle zone di protezione attorno ai siti UNESCO, che oggi sono tutelate (c’è anche un caso specifico in Sardegna di cui avevamo parlato).
Ora, perché la faccenda è preoccupante? Per due motivi. Il primo, più ovvio, è che per uscire dalla crisi energetica si punta soprattutto sulle trivellazioni facili. Lasciamo un attimo da parte la questione rinnovabili, che è più delicata e controversa, dove capisco che è più complesso trovare il bilanciamento fra urgenza della transizione e rispetto e tutela dei territori. Ma su petrolio e gas, dovrebbe essere pacifico che non dovremmo avviare oggi nuove estrazioni.
Ma devo dire mi preoccupa e molto anche il fatto che in un articolo su questo tema, sul Sole 24 Ore, non si nomini proprio la questione della crisi climatica. Anzi si faccia notare, come elemento quasi di biasimo, che estraiamo molto meno petrolio rispetto agli anni Novanta, come se fosse un problema e colpa della burocrazia.
Quindi, fai una cosa abbonati a ICC. Che mi sa che dobbiamo superare il Sole 24 Ore come abbonamenti, sennò siamo fritti.
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