Agricoltori e camionisti bloccano le strade del Sud Italia da giorni – 15/10/2026
Al sud camionisti e agricoltori bloccano strade e autostrade contro il caro gasolio; Amazon blocca gli agenti IA di Meta, Google e altre aziende; uno sviluppatore clona con l’IA le suite di Adobe e Microsoft Office.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Gasolio
L’Indipendente – Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga
Facebook – Il post di Tiziana Barillà sulle proteste in Calabria
#Amazon
EconomyUp – Amazon blocca Muse di Meta ma usa i propri agenti per comprare fuori
Implicator – Amazon Blocks Meta’s Muse Shopping Agent 12 Days After Launch
The Media Leader – Amazon interdit l’accès de Muse, l’agent IA personnel de Meta
The Information – Amazon Locks Down Against Google’s AI Shopping Agents
Smartworld – Amazon inizia la guerra ai browser IA: e no, non è per il bene degli utenti
Boursorama – Amazon perd devant un tribunal américain l’interdiction visant les outils d’achat basés sur l’IA de Perplexity
TechRadar – L’intelligenza artificiale di Amazon fa acquisti per voi ma non dovrebbe
Shopify Community – Sfrutta il potere delle raccomandazioni intelligenti per Shopify: guida definitiva
arXiv – Vertical tacit collusion in AI-mediated markets
#VibeCoding
TechRadar – Developer who vibe-coded free Adobe clones reveals apps to take down Microsoft Office next — and says ‘there is no reason to save broken software’
Ecosistema Startup – ArtCraft: el clon open-source de Adobe hecho con IA
Ecosistema Startup – ArtCraft: clonan la suite de Adobe gratis con IA en días
Zeli – ArtCraft Is Robin Hooding Adobe’s Creative Cloud with Vibe-Coded Apps
Trascrizione episodio
C’è un’immagine che forse non avrete visto, ma che vi mostro se state guardando questo podcast su YT. Ritrae un uomo seduto sull’asfalto di uno svincolo autostradale, a Pizzo, in Calabria, in lacrime davanti alle forze dell’ordine. Risale a inizio ottobre, ed è diventata un po’ il simbolo di una protesta di non si parla molto, ma che sta crescendo giorno dopo giorno nel sud Italia. È quella di camionisti, agricoltori, pescatori, ambulanti, contro il prezzo del gasolio.
Ve la racconto attraverso un articolo di Mario Catania sull’Indipendente.
“Nella notte tra martedì e mercoledì, nel Foggiano, i tir sono rimasti dov’erano da domenica 11 ottobre: ai caselli di Poggio Imperiale e di Cerignola, sulla Statale 17 all’altezza di Lucera, nelle aree di servizio lungo la 16. Accanto a loro agricoltori con i loro trattori, olivicoltori, ambulanti e armatori, uniti contro il prezzo del gasolio, che dal 6 ottobre ha perso anche l’ultimo sconto fiscale e alla pompa viaggia intorno ai 2,25 euro al litro. La Capitanata è oggi il cuore di una mobilitazione nata a fine settembre tra Calabria e Sicilia, arrivata in Puglia, Basilicata e con i primi episodi in Campania, e che ha già toccato l’A14 e l’A2”.
Lunedì la Prefettura di Campobasso ha chiuso per precauzione un tratto della A14, tra Termoli e Poggio Imperiale, poi riaperto all’ora di pranzo. A Brindisi un autoarticolato messo di traverso sulla tangenziale ha bloccato a intermittenza il traffico. In Calabria i trattori occupano da giorni lo svincolo di Falerna e l’accesso alla A2, mentre a Castrovillari ci sono una cinquantina di trattori e una ventina di camion fermi su uno snodo stradale. Insomma ci sono stati parecchi disagi.
Il motivo delle proteste è appunto il caro carburanti e in particolare il fatto che dal 6 ottobre è scaduto anche l’ultimo sconto fiscale sul gasolio, che oggi alla pompa costa intorno ai 2,25 euro al litro.
All’origine del rincaro, ormai lo sappiamo bene, c’è la guerra in Iran, il blocco dello stretto di Hormuz e quindi la scarsità di petrolio. Gli Usa, che insieme a Israele sono gli iniziatori di questa crisi con l’attacco all’Iran di febbraio, hanno siglato un accordo sul petrolio con la Russia di Putin, voltando le spalle all’Ucraina e lasciando di fatto all’Europa la patata bollente sia della difesa del Paese che quella della gestione della crisi energetica.
E così, la crisi percola giù verso il basso e colpisce con i suoi effetti peggiori gli ultimi anelli della catena. I camionisti di Brindisi raccontano che la stessa quantità di gasolio che prima costava circa 1.500 euro oggi ne costa 2.500. Cioè mille euro in più ogni quattro giorni di lavoro. In Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite tra i 700 e i 900 euro al giorno per ogni mezzo.
In assenza di paracaduti sociali, i rincari rischiano di pesare proprio su di loro, oltre che suoi prezzi dei beni primari (e quindi di nuovo in maniera sproporzionata sulle fasce di popolazione più fragile). Perciò chiedono un tetto al prezzo del gasolio riservato alla categoria, pedaggi più bassi, i cosiddetti costi minimi di sicurezza e lo sblocco immediato dei crediti d’imposta. Gli agricoltori – altra categoria molto colpita dai rincari – aggiungono il costo dei concimi e dell’energia. E chiedono anche dei freni alla concorrenza dei prodotti importati da Paesi dove il lavoro e i controlli costano meno. Perché il gasolio è stato un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Uno dei comitati calabresi ha scritto che chi riduce tutto al caro carburante non ha capito nulla.
Il governo per ora si è mosso poco. Secondo i manifestanti le risposte finora sono insufficienti. Il taglio delle accise è scaduto, e il decreto annunciato sulle cosiddette accise mobili non è mai stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Eni si è mossa in autonomia, applicando uno sconto del 20% – piuttosto controverso – sul gasolio agricolo e per la pesca venduto all’ingrosso, che però non riguarda i camionisti.
Le proteste per ora vanno avanti e almeno sulla carta, sono destinate ad aumentare. Ieri gli agricoltori della CIA (la Confederazione Italiana Agricoltori, una delle principali organizzazioni di rappresentanza degli agricoltori italiani, insieme a Coldiretti e Confagricoltura) hanno sfilato davanti a Montecitorio. Dal 16 al 20 ottobre si fermeranno gli autotrasportatori siciliani e calabresi, il 22 toccherà ai pescatori, il 27 è prevista una nuova manifestazione a Roma.
E mentre a Roma si ragiona di accise, crediti d’imposta e tavoli tecnici, dai piazzali di Brindisi e Foggia la richiesta è quella di evitare le singole misure tampone, e intervenire con misure strutturali. Il problema però è: quali sono queste misure strutturali?
Perché siamo Paese che dipende ancora tantissimo dal gasolio per far muovere le merci, e il gasolio viene fatto col petrolio che passa per uno stretto lontano migliaia di chilometri, fermo per un conflitto su cui abbiamo ben poca presa.
Le uniche misure strutturali che vedo possibili sono affrancarsi dai combustibili fossili nella logistica dei trasporti. Il che può significare flotte elettriche e/o trasporto su rotaia. Il problema è che tutti i tentativi che sono stati fatti per disincentivare l’uso di gasolio e favorire la transizione energetica ed ecologica, fin qui, sono stati fatti sempre scaricando le spese della transizione di nuovo sugli ultimi. E quindi hanno finito per essere invise proprio alle stesse categorie che ora chiedono misure strutturali.
È uno dei tanti paradossi della crisi ecologica e dei tentativi a volte un po’ goffi e elitari di affrontarla.
Oltre a ciò c’è un altro tema, che riguarda il racconto che si fa, anzi che non si fa di questa protesta. Lo evidenzia in un post la giornalista calabrese Tiziana Barillà, che scrive:
“vi volevo dire che da 12 giorni oltre tremila persone occupano le strade e le piazze in tutta la Calabria
con blocchi stradali e cortei pacifici
agricoltori, autotrasportatori e lavoratori
calabresi protestano contro i rincari dell’energia e del carburante che hanno messo in ginocchio una regione
contro i costi insostenibili della produzione in una filiera distributiva che schiaccia chi produce a favore dei soliti intermediari
contro le mancette annunciate per rimediare a un disastro
e oggi la protesta si è estesa anche alla Basilicata, ma poco cambia
12 giorni di silenzio totale
la voce dei terroni proprio non la riescono a sentire
non la sente “chi comanda” e nemmeno chi subisce e dice di opporsi,
né chi si lamenta che nessuno protesta
eppure non siamo poi così lontani, non più delle piazze di Parigi o Madrid
ma quel che è peggio non la sentono i media nazionali, quaggiù l’informazione arriva giusto per osservare gli esperimenti politici, stupirsi dei casi di criminalità o raccontare le meraviglie della Calabria straordinaria, specie se oliate da sponsorizzate e manco sempre
quaggiù chi non è criminalizzato è ignorato
eppure vi giuro che saremo pure pochi e maledetti ma se aprite gli occhi ci potete vedere”
Non so se sapete cosa siano gli agenti IA: sono tipo degli assistenti che possono fare una serie di cose al posto vostro. Sono l’altra grande applicazione commerciale su larga scala delle IA oltre ai chatbot.
I chatbot sono i sistemi di linguaggio, che servono fondamentalmente a scrivere dei testi o darvi delle risposte. Gli agenti invece sono pensati per compiere delle azioni reali. Ad esempio puoi chiedergli di pagare le bollette, compilare moduli e inserirli, diciamo più o meno tutto quello che potresti fare tu da un telefono o da un pc, ovviamente che non richieda di avere un corpo fisico.Nel senso non puoi chiedergli di piantare una piantina di pomodori. Ma visto che tante delle nostre azioni si sono spostate dal mondo fisico a quello digitale, possono fare un sacco di roba.
Gli agenti sono, per inciso, anche quelli che stanno creando più problemi e preoccupazioni, sono quelli che hanno hackerato il sito di hugging face e che secondo alcuni potrebbero decidere a un certo punto di prendere il controllo del web o manomettere le funzioni vitali della nostra società.
Oggi però non voglio parlarvi degli scenari catastrofisti ma di alcune cose più particolari. Dicevamo che gli agenti possono anche fare acquisti. è una delle funzioni più usate, in effetti. McKinsey stima che entro il 2030 gli agenti IA potrebbero mediare fra 3mila e 5mila miliardi di dollari di commercio al consumo a livello globale. Solo che questa cosa sta facendo in realtà storcere il naso a molte grandi aziende, in primis Amazon, che ha bloccato l’accesso alla sua piattaforma, almeno parzialmente, a diversi agenti.
Lo ha fatto con Muse, l’agente personale di Meta, che Amazon ha bloccato appena 12 giorni dopo il lancio. E poco prima lo aveva fatto con i nuovi agenti di Google, dopo aver già limitato quest’anno i bot di Perplexity, Claude e ChatGPT.
Amazon fa leva su questioni di trasparenza e sicurezza. L’azienda sostiene che un software che entra in un ambiente commerciale per conto di un cliente dovrebbe dichiarare chi è, e il venditore dovrebbe poter decidere se accettarlo.
Ma i problemi veri per Amazon sono altri. Come ha affermato la stessa azienda di Perplexity, a cui Amazon ha anche fatto causa, il fatto è che gli agenti IA non hanno occhi per vedere la pubblicità onnipresente con cui Amazon bombarda i suoi utenti.
Leggo sul Post:
“Da tempo Amazon non è più solamente una piattaforma di e-commerce: le vendite online rappresentano “solo” il 38 per cento delle sue entrate totali, mentre a pesare sempre di più sono le divisioni come AWS (quella del cloud) e la raccolta pubblicitaria.
Oggi Amazon è la terza piattaforma pubblicitaria digitale al mondo, dopo Google e Meta, con entrate che nel 2025 hanno superato i 68 miliardi di dollari e sono in continua crescita. Perché le inserzioni pubblicitarie su Amazon abbiano senso però è necessario che siano delle persone reali a vederle, mentre cercano prodotti e fanno ordini: se a fare tutto questo è un’AI, gli incentivi per gli inserzionisti finiscono per sparire”.
Il paradosso è che lo stesso Amazon però ha lanciato Buy for Me, che fa esattamente il percorso inverso: usa l’IA per ordinare prodotti da altri rivenditori, cioè va a comprare sui siti degli altri. Diversi piccoli negozi si sono lamentati, e Amazon ha risposto che lo strumento non fa nulla di improprio, perché si basa su informazioni su prodotti e prezzi pubblicamente disponibili. Insomma, come la sintetizza bene un’analisi di EconomyUp, tutti vogliono poter mandare i propri agenti nei negozi degli altri, ma non necessariamente vogliono accogliere gli agenti altrui nel proprio.
Io credo però che ci sia anche un altro fattore che determina l’ostilità di Amazon verso gli agenti. Le sessioni di acquisti su Amazon si basano su una serie di trucchetti: entri per comprare una cosa, e a un certo punto ti trovi elementi consigliati, “spesso comprati insieme”, il prezzo barrato, l’offerta lampo che scade fra due ore, il “solo 3 rimasti in magazzino”. Secondo una stima di McKinsey molto citata, circa il 35% delle vendite di Amazon arriva proprio dalle raccomandazioni di prodotto. Sono tutti meccanismi che fanno leva su alcuni bias e scorciatoie del nostro cervello, come la paura di perdere un’occasione, l’ancoraggio a un prezzo di riferimento, la stanchezza che ci fa dire “vabbè, già che ci sono” e cose così.
Un agente AI non si stanca e non va di fretta. Se gli chiedete un caricabatterie, vi compra un caricabatterie. Nel senso che una buona parte di quello che compriamo d’impulso, e che spesso è anche quella su cui i negozi guadagnano di più, rischia semplicemente di sparire.
Ed è un aspetto interessante. Però attenzione: le ricerche più recenti dicono che gli agenti IA i loro bias ce li hanno eccome, solo che sono diversi dai nostri. Per esempio tendono a privilegiare in modo sproporzionato la prima proposta che ricevono, e a farsi influenzare da un prezzo di riferimento proprio come facciamo noi. Quali bias cercheranno di attrarre le piattaforme? Diversificheranno le offerte a seconda che qualcosa sia osservato da un umano o da un bot? E magari inventeranno pubblicità per agenti? Chissà.
L’altra storia interessante sull’IA riguarda uno sviluppatore di nome Brandon Thomas, che in pochi giorni ha creato dei programmi fotocopia di Photoshop, Illustrator, Premiere, Lightroom, After Effects, InDesign e Acrobat, cioè praticamente tutta la suite di Adobe, quella che milioni di grafici, fotografi e videomaker in tutto il mondo pagano con un abbonamento mensile e li ha messi online e gratuitamente.
In pratica ha pubblicato sul sito GitHub ArtCraft, una suite open source che ricrea le funzioni principali di quei sette programmi. E poi non si è nemmeno fermato lì: dopo Adobe è toccato a Microsoft, creando versioni open source di Word, Excel e PowerPoint, molto simili agli originali, con nomi diversi: WordCraft, GridCraft e DeckCraft.
Thomas ha usato Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, per fare il grosso del lavoro. È quello che si chiama vibe coding. Ovvero: invece di scrivere il codice riga per riga, si ha descritto a parole a un’intelligenza artificiale quello che voleva ottenere, e l’IA ha scritto il programma.
Il fatto è che sulla carta non sembrerebbe aver fatto nessun reato perché ad essere proprietario, nei programmi, nel software, è principalmente il codice. Lui non ha copiato il codice, ha semplicemente sviluppato da zero un programma che però svolge le stesse identiche funzioni, ma senza copiare il codice proprietario. Una roba impensabile senza IA, che oggi diventa non dico alla portata di tutti, ma sicuramente alla portata di uno sviluppatore mediamente esperto.
Ci sono ovviamente delle zone grige, ad esempio Adobe possiede migliaia di brevetti che coprono anche l’aspetto, i flussi di lavoro e il comportamento delle sue app, non solo il codice, e c’è chi sospetta che potrebbero essere stati violati. Altri hanno criticato lo sviluppatore per aver scelto il vibe coding invece di sostenere i progetti di software libero già esistenti.
Però qui mi interessa mostrare le assurde possibilità aperte dall’IA, che non solo rischiano di travolgere e stravolgere il nostro lavoro, il senso delle cose, ma stravolgeranno anche le aziende, persino le big tech, perché i loro modelli di business potrebbero non essere in grado di reggere il colpo. Credo sia interessante riflettere anche su questo aspetto.
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