Traffico d’armi al porto di Ravenna: “È in corso la terza guerra mondiale e l’Italia ne fa parte”
Cittadinanza e comitati protestano contro la militarizzazione del porto di Ravenna. L’Avvocatura di Stato nega l’accesso ai dati del traffico di armi dichiarando che l’Italia fa parte di “una terza guerra mondiale ibrida e a pezzi”, ma una sentenza del Consiglio di Stato la smentisce.
Il porto di Ravenna è diventato un hub strategico per il commercio di armi. Negli ultimi mesi lo scalo marittimo è stato “visitato” molto spesso da navi che trasportavano materiale bellico, ma nei giorni scorsi la mobilitazione della cittadinanza si è intensificata. Il motivo? L’ennesimo scalo della Capucine, nave cargo in uso all’Esercito Italiano, che ha destato le preoccupazioni di molti, fra cui il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che in un comunicato dichiara che “non vogliamo essere coinvolti in nessuna guerra, i porti civili non devono essere attraversati da armi e mezzi militari”.
Un ulteriore segnale che la situazione potrebbe aggravarsi arriva dall’Avvocatura di Stato, che ha parlato di “terza guerra mondiale a pezzi” in cui l’Italia è coinvolta. Tutto nasce da una richiesta risalente a gennaio 2026 con cui Linda Maggiori, giornalista e attivista romagnola, ha domandato all’ufficio Dogane di avere dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto di Ravenna e sulle relative destinazioni.
A pronunciarsi è stata l’Avvocatura di Stato – organo deputato a provvedere alla consulenza giuridica e alla tutela legale dello Stato – che ha risposto testualmente con un “diniego totale alla richiesta di accesso ai dati“, motivato dal fatto che lo scalo ha “una rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia”.
Proprio nella mattinata di oggi una nuova, importantissima svolta: Il Consiglio di Stato ha infatti emesso una sentenza che giudica illegittimo il rifiuto delle Dogane di fornire informazioni sul traffico di armi e le obbliga alla trasparenza. Da un lato è una grande vittoria democratica, per un gruppo di cittadini e comitati hanno vinto il procedimento in cui chiedevano trasparenza e chiarezza; dall’altro è probabile che questo obbligo influisca sul traffico di materiale bellico nello scalo di Ravenna e magari anche in altri scali italiani e in generale sulle pretese di segretezza del Governo.
Così un passaggio chiave della sentenza: “Le motivazioni e gli argomenti opposti dall’amministrazione delle Dogane, anche per come integrati in sede difensiva, sotto questo profilo sono insufficienti, in quanto evocano interessi pubblici astratti e delineano generici pregiudizi che l’ostensione di un dato meramente numerico potrebbe arrecare, di cui tuttavia non viene chiarita la natura e non si dimostra la concretezza”.
La stessa Linda Maggiori aveva denunciato il traffico d’armi illegale con Israele già nel 2025, quando 13 tonnellate di materiale bellico in viaggio verso i porti israeliani, passando per quello di Ravenna, sono stati sequestrate poiché privi di autorizzazione. A questa si sommano altre quattro spedizioni, anch’esse senza licenza. Sull’ultimo episodio invece, essendo stato posto il segreto di Stato, non è ancora stato possibile fare luce. Questo nonostante un inquietante precedente che riguarda la nave Capucine e un suo viaggio la scorsa primavera verso Jedda, in Arabia Saudita.
La stessa Maggiori ha ricostruito la vicenda in un articolo su Altreconomia, in cui ha fatto notare che “la cosa più strana sono i passaggi successivi della nave: secondo i siti di tracciamento, da Jedda la nave è risalita verso Nord e una volta arrivata al largo di Haifa (tra la mezzanotte del 15 aprile e le 12 dello stesso giorno) ha iniziato a zigzagare a velocità impossibili per una nave cargo (addirittura 183 chilometri orari)”.
“Si tratta verosimilmente – prosegue la giornalista – di una manomissione o jamming dei sistemi di transponder, per coprire altri spostamenti, magari verso il porto di Haifa, dove si trova, oltre ai terminal commerciali, anche la principale base della Marina israeliana, sede della flottiglia dei sottomarini e delle unità missilistiche della Israeli navy. L’ipotesi, allo stato non dimostrata, è se ci sia stato un contatto tra la Capucine e la marina militare israeliana”.
Ravenna però non ci sta e protesta a gran voce contro la militarizzazione del proprio porto, a maggior ragione in virtù del fatto che “non esiste alcun provvedimento di classificazione del ministero della Difesa che stabilisca la rilevanza militare dello scalo marittimo”, fa notare l’avvocato Andrea Maestri, che assiste Linda Maggiori e le sigle – fra cui figurano anche i sindacati di base dei lavoratori e delle lavoratrici portuali – nella procedura legale. A fianco a loro la cittadinanza, che pochi giorni fa è scesa in piazza a Ravenna per chiedere trasparenza.
La prossima data calda è quella del 30 ottobre, giornata in cui è stato dichiarato uno sciopero transnazionale che coinvolgerà una cinquantina di porti in dieci paesi. “Una mobilitazione – scrive l’USB – che mette al centro il ruolo strategico dei lavoratori portuali nel contrastare l’utilizzo delle infrastrutture logistiche e dei trasporti a sostegno delle guerre, del traffico di armi e delle politiche di riarmo. Politiche che hanno conseguenze dirette sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone: alimentano il carovita e l’inflazione, sottraggono risorse a salari, pensioni e servizi pubblici e si accompagnano a un progressivo restringimento degli spazi di democrazia e agibilità sindacale”.





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