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23 Ottobre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

“Un referendum sull’Amazzonia!”: cosa c’è in gioco nel ballottaggio Lula-Bolsonaro – 23/10/2026

Domenica in Brasile si vota per il ballottaggio tra Lula e Flávio Bolsonaro, con l’Amazzonia al centro della posta in gioco; in Serbia la lista degli studenti sfida Vučić alle elezioni parlamentari anticipate.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione articolo

Domenica, 25 ottobre, il Brasile torna a votare per il ballottaggio delle presidenziali e ci sono tante cose in ballo. Parliamone, facendo zapping – chissà se si dice ancora zapping – fra vari articoli della stampa estera che inquadrano la cosa da vari punti di vista. 

Ma prima, giusto due parole di contesto. A sfidarsi sono Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro. Lula ha 80 anni, è il presidente uscente, del Partito dei Lavoratori, di sinistra. Per il Brasile è un volto storico: ha guidato il paese già dal 2003 al 2010, poi è tornato nel 2023 battendo Jair Bolsonaro, padre di flavio, e adesso cerca il suo quarto mandato. Dall’altra parte c’è Flávio Bolsonaro, 45 anni, senatore del Partito Liberale e figlio maggiore proprio di Jair. Jair non può candidarsi perché sta scontando una condanna a 27 anni per il tentato colpo di Stato seguito alla sconfitta del 2022, contro Lula. 

Così, a dicembre dell’anno scorso, ha scelto il figlio come suo erede politico. E Flávio ha promesso di portarne avanti l’eredità, a partire dalla promessa di un’amnistia per il padre. Che già è una roba problematica. 

Il 4 ottobre scorso, al primo turno, i sondaggi davano in vantaggio Lula. E invece è arrivato primo Bolsonaro, con il 47% dei voti, contro poco più del 45%. Visto però che nessuno dei due ha superato il 50%, si va al secondo turno. E domenica si decide tutto. Stavolta è Bolsonaro a partire favorito, visto che i candidati arrivati terzo, quarto e quinto sono tutti di destra.

In gioco c’è molto, e non solo per il Brasile. Ci sono i rapporti con gli Stati Uniti di Trump, a cui Flávio è molto vicino, e quelli con la Cina. C’è la questione dell’amnistia per Jair Bolsonaro, che Flávio ha promesso. E c’è, soprattutto, il futuro della foresta amazzonica. Il 60% dell’Amazzonia si trova in Brasile, e nel giro di pochi anni la sua sorte potrebbe passare da una gestione all’altra in modo radicale. 

Partiamo da qui: come racconta Clayton Aldern su Grist.

“Chi questo mese ha compilato la scheda per le presidenziali brasiliane ha visto il presidente uscente al terzo mandato Luiz Inácio Lula da Silva contrapposto al senatore Flávio Bolsonaro. Gli osservatori ambientali ci hanno visto qualcos’altro: un referendum sul futuro della foresta amazzonica.

«Siamo molto preoccupati per i rischi che corre l’Amazzonia se Flávio vince le elezioni, perché è un negazionista climatico», ha detto Carlos Nobre, climatologo oggi all’Istituto di Studi Avanzati dell’Università di San Paolo. «Se questo candidato verrà eletto, la deforestazione in Amazzonia aumenterà di sicuro. Siamo in una situazione molto grave.»

L’articolo poi spiega che se sulla carta le promesse elettorali si somigliano, questo è vero per l’appunto solo sulla carta. Lula punta alla deforestazione netta zero entro il 2030, Bolsonaro alla deforestazione illegale zero entro il 2029. La differenza però sta proprio nella parola “illegale”. Il programma di Bolsonaro prevede licenze ambientali “agili e moderne”, che non devono più ostacolare chi vuole investire. In pratica il suo modo per azzerare la deforestazione illegale è legalizzarla. Secondo l’economista Monica de Bolle, del Peterson Institute, una sua vittoria ripeterebbe il mandato del padre, Jair, che aveva in pratica smantellato tutto il sistema dei controlli, facendo impennare la deforestazione.

Durante l’attuale mandato di Lula, al contrario, la deforestazione è scesa ogni anno, arrivando ai minimi storici. Se si tornasse ai ritmi di Jair Bolsonaro, nei prossimi quattro anni si perderebbero circa 45.000 km² di foresta. E gli scienziati avvertono da anni che oltre una certa soglia di disboscamento la foresta, che normalmente agisce come una pompa biotica, non riesce più a produrre abbastanza pioggia per sostenersi e a quel punto si trasforma in savana e foresta degradata, rilascia carbonio e toglie acqua anche alle coltivazioni di soia vicine. 

E il tema della deforestazione sembra essere un driver di queste elezioni. Al primo turno, racocnta l’articolo, sebbene Lula abbia perso voti quasi ovunque rispetto al 2022, ne ha persi soprattutto nei comuni a maggioranza agricola, dove in media ha perso quasi 8 punti, il triplo che nelle aree non agricole. Il Fronte parlamentare agricolo, la principale lobby del settore, ha dato il suo appoggio a Flávio Bolsonaro, che ha promesso di lasciargli scegliere il ministro dell’Agricoltura.

L’articolo si conclude con una nota amara. Perché a inizio ottobre si votava anche per rinnovare il Parlamento e il partito di Bolsonaro ha conquistato 121 seggi alla Camera, il numero più alto per un singolo partito dalla Costituzione del 1988. Per questo, anche se Lula venisse rieletto, secondo gli analisti sarebbe un presidente “molto debole” e l’agribusiness potrebbe aver già vinto comunque.

Comunque, per capire la differenza fra Lula e Bolsonaro nel concreto, sul territorio, bisogna andare nel bacino del fiume Xingu, nello Stato del Pará. Ed è quello che fanno Fernanda Wenzel, Karla Mendes, Lucas Berti. Lì c’è il territorio indigeno di Apyterewa, dove vive il popolo Parakanã. Durante il governo di Jair Bolsonaro era il territorio indigeno più deforestato di tutto il Brasile. Nel solo 2022 ha perso un’area di foresta grande quasi quanto Parigi, invaso da circa tremila occupanti illegali che ci avevano costruito un villaggio vero e proprio, con bar, chiese e persino distributori di benzina. 

Nel 2023, con Lula, le forze federali hanno sgomberato l’insediamento. La deforestazione è crollata e oggi le famiglie Parakanã stanno tornando nelle loro terre. Però la situazione resta fragile: da fine 2024 ci sono stati almeno nove attacchi, e nel dicembre 2025 un collaboratore dell’IBAMA, l’agenzia ambientale brasiliana, è stato ucciso in un’imboscata mentre rimuoveva bestiame illegale. E Wenatoa Parakanã, la donna che guida l’associazione che rappresenta il suo popolo, racconta che gli invasori dicono apertamente che stanno solo aspettando che questo governo se ne vada per tornare. 

Detto questo, sarebbe sbagliato raccontare Lula come il paladino senza macchia della foresta, perché le contraddizioni ci sono, e non sono piccole. Il suo governo ha sostenuto le trivellazioni petrolifere al largo della costa amazzonica. Ad aprile ha lanciato le gare per asfaltare la BR-319, una strada che attraversa l’Amazzonia e che secondo molti esperti aprirà la strada, letteralmente, a nuove vie illegali e a nuova deforestazione. C’è poi il dragaggio del fiume Madeira, che serve a far passare le chiatte cariche di soia anche nei periodi di siccità. Eppure, nonostante tutto, quelle stesse comunità rivierasche dicono di temere molto di più un ritorno dei Bolsonaro. Nel senso che, con tutti i suoi limiti, per loro la differenza tra i due resta enorme.

Fra l’altro c’è anche una discreta contaddizione nel sostegno a Bolsonaro da parte dell’agribusiness. Perché il prossimo 30 dicembre per le grandi e medie imprese entra in vigore il regolamento europeo sulla deforestazione, il cosiddetto EUDR, dopo vari rinvii. E chi vende in Europa prodotti come soia, carne bovina, cacao, caffè o legno dovrà dimostrare che non arrivano da terreni disboscati dopo il 2020. Considerate che il Brasile è il primo esportatore al mondo sia di soia che di carne bovina e l’Europa è un mercato molto importante. Se Bolsonaro vincesse e allentasse i controlli, l’agronegozio brasiliano rischierebbe di perdere l’accesso ai mercati europei e quindi una buona parte dei suoi affari. Inoltre almeno cinque paesi donatori stanno aspettando il risultato del voto prima di versare i loro contributi al nuovo fondo per le foreste tropicali lanciato alla COP30. 

Ma allora com’è possibile che i Bolsonaro abbiano tutto questo seguito? Innanzitutto c’è un tema storico. La testata The Brazilian Report spiega che in Brasile è storicamente molto forte il cosiddetto “familismo politico”: dall’epoca coloniale a oggi i legami di parentela sono stati una porta d’accesso fondamentale al potere e questo riflette le disuguaglianze strutturali di una società fondata sulla schiavitù. Considerate che dal 1986, cioè da quando il Brasile è uscito dalla dittatura militare, fino al 2022, circa due terzi dei senatori eletti avevano già politici in famiglia, oppure, una volta eletti, hanno aiutato dei parenti a conquistare una carica. Nel senso che i Bolsonaro non sono un’anomalia, sono la versione più estrema di un sistema che esiste da secoli, che mantiene e perpetua il potere.

Poi ci sono gli alleati, molto forti. Innanzitutto il mondo evangelico, molto forte in Brasile e che alle scorse elezioni ha votato in massa Bolsonaro e i tentativi del Partito dei Lavoratori di colmare questo divario non hanno funzionato. Le chiese evangeliche più politicizzate si oppongono all’aborto, ai diritti LGBT+, all’educazione sessuale e alle “politiche di genere”. Propongono una visione della società fondata sull’ordine morale e sulla famiglia eterosessuale. E Bolsonaro ha costruito la sua identità politica proprio su questi temi 

Poi c’è l’agronegozio: come abbiamo visto. E poi c’è stata una campagna elettorale molto spinta. L’Espresso fa notare che in un paese enorme come il Brasile tutto passa dal web, dalla spesa alla ricerca di un Uber, fino agli appuntamenti di lavoro, e che mentre il partito di Lula è rimasto piuttosto chiuso in se stesso, Flávio Bolsonaro ha fatto l’opposto e ha fatto una campagna soprattutto sul web. Anche usando stratagemmi al limite o oltre le regole, tipo far parlare Jair Bolsonaro, il padre, attraverso un ologramma, nelle piazze.

Detto ciò, domenica sera/notte avremo i risultati, quindi lunedì li commenteremo a caldo.

Domenica non si vota solo in Brasile. Lo stesso giorno, il 25 ottobre, va alle urne anche la Serbia, per elezioni parlamentari anticipate. E per la prima volta da oltre quindici anni, c’è qualcuno che può davvero battere Aleksandar Vučić. E non è un partito di opposizione, ma una lista nata dalle proteste degli studenti.

Se non conoscete ancora questa storia incredibile vi consiglio di leggere il nostro articolo in cui ho intervistato alcuni giornalisti e attivisti serbi. 

In brevissimo, tutto è nato il primo novembre 2024 a Novi Sad, nel nord della Serbia, quando il crollo di una pensilina in cemento della stazione ferroviaria appena ristrutturata ha causato la morte di 16 persone. Da lì è nato un movimento di protesta guidato dagli studenti universitari, che accusano il governo di corruzione legata proprio ai lavori di ristrutturazione. 

Dopo due anni di proteste, manifestazioni fiume, università occupate e assemblee cittadine che si rianimano, a un certo punti gli studenti iniziano a chiedere elezioni anticipate. Elezioni che alla fine Vučić convoca a settembre. 

Quindi da un lato c’è Vučić, con la sua lista Serbia Unita, costruita attorno al suo Partito Progressista, che da anni guida il Paese con piglio autoritario e ha costruito un sistema statale di stampo para-mafioso (così lo hanno definito più volte le persone che ho intervistato). 

Dall’altra parte c’è la “Lista studentesca – Gli studenti vincono”, presentata dagli studenti appunto. Gli studenti non si candidano in prima persona: hanno messo insieme 250 candidati tra accademici, esperti, professionisti, intellettuali e anche atleti, nessuno legato a un partito. Nessuno dei 250 però è ufficialmente candidato premier, una regola che il movimento si è dato apposta per non offrire un bersaglio alla macchina del fango dei media filogovernativi. Lo slogan della campagna è “Serbia o mafia”. E mentre Vučić è onnipresente in televisione, gli studenti hanno scelto di fare campagna villaggio per villaggio, a contatto diretto con le persone. Proprio ieri, dopo essere partiti in marcia da diverse città, si sono ritrovati a Belgrado, in piazza Slavija, per una gigantesca manifestazione di chiusura.

La cosa impressionante è che a pochi giorni dal voto i sondaggi icono che il paese è spaccato in due e si respira un clima da referendum. Su chi sia davvero in testa dipende un po’ da chi fa il sondaggio. Diciamo che però gli istituti indipenti danno gli studenti in vantaggio. Inoltre c’è un altro dato da tenere d’occhio: tutti i sondaggi prevedono un’affluenza sopra il 60%. Nel senso che c’è una parte del paese che di solito resta a casa e che stavolta potrebbe andare a votare.

E poi c’è il contesto in cui si vota. Il partito di Vučić ha un forte vantaggio organizzativo e controlla gran parte delle televisioni. Ad agosto il governo ha annunciato circa 980 milioni di euro in bonus una tantum per pensionati, persone che ricevono sussidi e tutti i cittadini adulti. In più le opposizioni denunciano che per i serbi all’estero sono stati allestiti pochi seggi, costringendo molti a viaggi lunghi e costosi per votare. E considerate che le elezioni precedenti erano state segnate da irregolarità e violenze. Vučić da parte sua ha promesso che accetterà il risultato, qualunque sia, e che si congratulerà con chi vince.

Anche in questo caso, lunedì mattina dovremmo avere le idee più chiare.

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