L’incontro più importante, di cui nessuno sta parlando – 22/10/2026
La COP17 sulla biodiversità a Yerevan tra scarso interesse e obiettivi in ritardo, il nuovo libro di Barbiero e Tarozzi “L’istinto della cura” e la fine della crisi di governo in Romania.
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Fonti
#COP17
Domani – In Armenia la Cop sulla biodiversità, ma la corsa al 2030 è già in ritardo. Il Wwf: Italia lontana dagli obiettivi
WWF – 2026 Living Planet Report
CBD – Spotlight on COP 17: Announcements from Yerevan
Armenpress – COP17: Yerevan Declaration adopted following leaders’ summit
PNAS – Mutilation of the tree of life via mass extinction of animal genera
University of Hawaiʻi – Strong evidence shows Sixth Mass Extinction of global biodiversity in progress
LifeGate – Al via la Cop17 in Armenia per correggere la traiettoria sulla biodiversità
Facebook / Luigi Idili – Due COP, una sola Terra
#LIstintoDellaCura
Italia che Cambia – Esce “L’istinto della cura”: 10 lezioni di biologia di Giuseppe Barbiero per risvegliare la biofilia, con Daniel Tarozzi
#Romania
Il Post – La Romania ha di nuovo un governo dopo sei mesi di crisi politica
Reuters – Romania’s nominated prime minister secures support ahead of confidence vote
Euronews – Crisi di governo in Romania: il nuovo premier Luca Niculescu e l’esecutivo ufficialmente insediati
Trascrizione episodio
Torniamo a parlare di questioni ambientali, con una notizia che probabilmente vi è sfuggita, e non per colpa vostra. Se siete persone attente forse saprete che a novembre ci sarà la COP31 sul clima ad Antalya, in Turchia. Ma sono convinto che anche se siete persone molto attente, probabilmente non saprete che proprio in questi giorni è in corso un’altra conferenza delle parti, a Yerevan, la capitale dell’Armenia. Sto parlando di COP17 biodiversity, la conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità. Durerà fino al 30 ottobre e riunisce i governi di quasi tutto il mondo. Ne hanno parlato in pochi. Tra questi c’è Michele Bertelli su Domani, che scrive:
Non è nota agli onori della cronache come la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, ma la COP sulla biodiversità iniziata lunedì in Armenia rappresenta uno snodo fondamentale nel tentativo di salvare oltre un milione di specie sull’orlo dell’estinzione, e anche metà del prodotto interno lordo globale dipendente dalla natura, secondo stime del Forum Economico Mondiale. A Yerevan si sta infatti facendo il punto sui primi quattro anni di attuazione degli accordi sottoscritti nel dicembre 2022 a Montreal, il cosiddetto Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal”.
Di che parliamo? Parliamo di 23 obiettivi da raggiungere entro il 2030, il più noto dei quali è il cosiddetto “30×30”: proteggere almeno il 30% delle terre e dei mari del pianeta e ripristinare il 30% degli ecosistemi degradati. A questi si aggiungono l’impegno a mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno per la natura e a ridurre di 500 miliardi i sussidi dannosi per l’ambiente. E quindi? Il punto è che, a quattro anni di distanza, i piani nazionali presentati dai paesi sono in molti casi in ritardo o poco ambiziosi, e la COP di Yerevan è il primo vero momento di verifica.
Devo dire però che per essere un appuntamento sulla carta molto importante, il mondo ci arriva – mi pare – con ben poche ambizioni e davvero poco interesse. Eppure parliamo di un tema da cui dipende la sopravvivenza della nostra specie e di molte altre. Come è possibile?
Le ragioni secondo me sono principalmente tre. La prima è che l’agenda setting dei media è stata fagocitata da altro. Guerre, crisi economiche, dazi, elezioni: ogni giorno c’è un’emergenza nuova che si prende le prime pagine e l’attenzione dei governi. La natura, che non ha mai avuto un posto di primo piano nell’informazione, è scivolata ancora più in fondo.
A ciò si aggiunge che i processi delle COP, comprese quelle sul clima che pure sono molto più seguite, sono ormai – comprensibilmente – percepiti come logori, incagliati. Seguono ogni volta all’incirca lo stesso copione, iniziano con grandi aspettative, seguono negoziati che vanno avanti fino all’ultima notte, e finiscono con un testo finale annacquato e obiettivi che poi non vengono rispettati. Nel senso che ormai nessuno, nemmeno tra gli addetti ai lavori, sembra aspettarsi davvero che da questi vertici esca qualcosa di risolutivo. E questa cosa si ripercuote a cascata su tutto il resto del sistema.
E alla base di questo c’è una terza ragione ancora più profonda, ovvero una sfiducia generale nella cooperazione internazionale. Viviamo in un’epoca di guerre, di blocchi contrapposti, di paesi che si chiudono e pensano ognuno per sé. In un mondo così, l’idea che quasi 200 governi si siedano allo stesso tavolo e si accordino per proteggere un bene comune come la natura sembra inverosimile.
Quindi ecco, le premesse con cui si è aperto l’incontro sono un po’ queste e sono un po’ meste. Prima dell’incontro, per provare a scaldare un po’ il clima, l’Armenia aveva anche organizzato il 16 ottobre, alla vigilia della COP, un vertice dei capi di Stato e di governo chiamato “Leaders for Nature”. Al cui termine è stato adottata la cosiddetta Dichiarazione di Yerevan, dal titolo “Agire per la natura”. E cosa dice? Riconferma l’impegno dei paesi verso la Convenzione sulla biodiversità e verso l’attuazione degli accordi di Kunming-Montreal. Chiede di accelerare, di aumentare i finanziamenti, di rafforzare la cooperazione internazionale e di passare ad azioni concrete per proteggere e ripristinare la natura.
Il problema, anche qui, è che si tratta di una dichiarazione non vincolante, nel senso che nessuno dei paesi che l’hanno firmata è obbligato a fare niente. È una sorta di dichiarazione di buone intenzioni, l’ennesima e sappiamo cosa è lastricato di buone intenzioni.
Il giorno prima del vertice, invece, è stato presentato il primo rapporto globale sui progressi degli accordi di Montreal. Che prova a fare il punto su come siamo messi rispetto alle azioni che ci eravamo impegnati a fare 4 anni fa. Dice che quasi il 90% dei paesi si è dato degli obiettivi nazionali sulla biodiversità, ma che meno della metà degli obiettivi esaminati è sulla buona strada.
Eppure, come dicevamo, il tema è davvero mooolto importante. Perché la biodiversità non è il singolo animale carino da salvare dall’estinzione, ma è il tessuto vivente del Pianeta, di Gaia. È la rete di relazioni che tiene insieme la Vita sulla Terra: miliardi di organismi, dai batteri alle balene, che si nutrono, si scambiano, si trasformano a vicenda e co-evolvono da quasi quattro miliardi di anni. E noi siamo solo uno dei fili di questa trama.
Pochi giorni fa è uscito il nuovo Living Planet Report del WWF e dice che dal 1970 al 2022 le popolazioni di animali selvatici monitorate si sono ridotte in media del 73%. Attenzione, nel senso che non significa che il 73% delle specie sia estinto: è un calo medio della dimensione delle popolazioni monitorate. Che è meglio, nel senso che una specie estinta è persa per sempre, una specie la cui popolazione si è ridotta è qualcosa su cui si può ancora lavorare, ma il dato comunque resta enorme.
In realtà c’è anche un elemento positivo, perché sebbene la popolazione complessiva di fauna selvatica stia continuando a scendere, circa metà delle popolazioni incluse nell’indice è stabile o in crescita. Le tigri selvatiche, per esempio, sono passate da circa 3.200 nel 2010 a circa 5.700 nel 2025. Insomma, quando si interviene, o almeno quando si smette di far danni, la natura è capace di riprendersi molto velocemente.
La perdita di biodiversità è comunque uno dei limiti planetari che sono più fuori controllo secondo il planetary health check 2026, al punto che secondo una fetta consistente della comunità scientifica, stiamo entrando o perlomeno siamo sulla soglia della sesta estinzione di massa.
Nella storia della Terra ce ne sono state cinque, compresa quella che ha spazzato via i dinosauri, e in ognuna è scomparso almeno il 75% delle specie.
Noi non siamo a quei numeri, ma diversi indizi ci dicono che potremmo esserci dentro, all’inizio. Il primo è la velocità. Dal 1500 a oggi sono scomparsi 73 generi (non specie, generi) di vertebrati terrestri, un ritmo 35 volte superiore a quello dell’ultimo milione di anni. Senza l’intervento umano, per perderne altrettanti ci sarebbero voluti circa 18mila anni.
E probabilmente stiamo contando male. Le liste ufficiali delle specie estinte si concentrano su mammiferi e uccelli, ma la grande maggioranza della vita sulla Terra sono gli invertebrati: dalla rivoluzione industriale in poi potremmo aver già perso attorno al 10% delle specie conosciute: ovvero fra le 150mila e le 260mila specie, molte delle quali senza che nessuno se ne accorgesse.
E poi c’è il crollo delle popolazioni, il famoso -73% del Living Planet Report di cui parlavamo prima. Una specie può ancora esistere sulla carta ma essere ridotta a pochi individui, e a quel punto non svolge più il suo ruolo nell’ecosistema.
Ora, facciamo un attimo un respiro profondo. Come al solito è utile rimettere le cose in prospettiva. Non stiamo facendo niente di così assurdo: non siamo di certo la prima forma di vita che combina casini del genere. Come ci ricordano proprio in queste settimane il biologo Giuseppe Barbiero assieme a daniel Tarozzi nel podcast Buongiorno Gaia, le estinzioni, anche quelle di massa fanno parte del gioco, della vita di Gaia, non stiamo facendo niente di eccezionale o irreparabile per il Pianeta. Non stiamo distruggendo il Pianeta, che sta e starà benissimo. Stiamo solo modificando gli equilibri ecosistemici con i quali ci siamo co-evoluti in milioni di anni. Stiamo facendo un casino solo per no ie per qualche altro migliaia di specie, niente di che.
Certo, per noi è un grosso problema, perché noi dipendiamo come specie da questi equilibri. Per cui avrebbe senso fare qualcosa subito.
Il fatto è che continuiamo ad agire nella maniera sbagliata. II fatto è che gli accordi di Montreal sono sì ambiziosi, ma hanno un limite di impostazione. Trattano la natura come una serie di caselle separate, ciascuna di esse con un target specifico. Il 30% di aree protette, il 30% di ecosistemi ripristinati, i sussidi da tagliare, le specie invasive da controllare.
Il problema è che la biodiversità è proprio l’opposto di un insieme di caselle: è un sistema di relazioni. La biodiversità non è una questione ambientale, non può restare chiusa nei ministeri dell’Ambiente ma deve entrare sempre di più nelle politiche agricole, energetiche e finanziarie.
I limiti di questo approccio si vedono proprio il report preliminare dice che fra gli obiettivi più in ritardo ci sono quelli che coinvolgono finanza, imprese, consumi e incentivi dannosi. Che sono esattamente gli ambiti in cui la tutela della biodiversità scavalla la sua casella e si scontra con le scelte economiche private e pubbliche.
Ecco, finché non capiamo che non possiamo trattare la natura, la biodiversità, come qualcosa che sta in una casella e che non deve interferire con le cose che contano davvero, con l’economia, con la finanza, ecco difficilmente riusciremo a ottenere qualcosa.
Detto ciò, l’incontro di XXX può comunque essere utile a qualcosa. Innanzitutto può misurare le ambizioni degli stati, se e quanto sono forti, su questa materia. E poi, come spiega Luigi Idili, economista, ex presidente di Mani Tese e tra i fondatori di Banca Etica, nonché autore di Agenda 3000, che sta seguendo le due COP con una serie di riflessioni molto interessanti,
“In un sistema internazionale indebolito dalle guerre, dalle fratture geo-economiche e dall’erosione del diritto internazionale, continuare a cooperare per interessi comuni dell’umanità è una speranza da alimentare, nonché un allenamento al confronto pacifico e al dialogo tra gli Stati.”
Non è poco.
Se state ascoltando Buongiorno Gaia, che è ormai uno dei miei podcast preferiti in assoluto, ho una notizia che penso vi interesserà. Buongiorno Gaia è il podcast di Daniel Tarozzi e Giuseppe Barbiero, biologo, che racconta la storia, il presente e il futuro della vita sulla Terra.
Ecco, sappiate che ieri è uscito il libro L’Istinto della cura, che è un completamento del podcast (o viceversa) e approfondisce alcuni temi che emergono. Il libro è ad opera di Giuseppe Barbiero, si articola in 10 lezioni e alla fine di ogni capitolo/lezione c’è un contributo di Daniel che rielabora ciò che il percorso compiuto nel capitolo lascia emergere per il presente, mettendolo in relazione con la sua esperienza personale e professionale e con le storie di cambiamento incontrate e raccontate negli anni.
Ho chiesto a Daniel di mandarci un contributo sul nuovo libro, ve lo faccio ascoltare:
Contributo disponibile nel podcast
Intanto in Romania è finita una crisi di governo durata sei mesi. Martedì il parlamento ha votato la fiducia a Luca Niculescu per un governo di minoranza a impronta tecnica. Niculescu è un diplomatico ed ex giornalista radiofonico, ex ambasciatore in Francia e poi inviato speciale della Romania presso l’OCSE. È il quarto premier indicato dal presidente europeista Nicușor Dan dall’inizio della crisi: i tre precedenti non avevano trovato i numeri.
La crisi era partita ad aprile, quando i Socialdemocratici, primo partito in parlamento, erano usciti dalla coalizione contestando l’austerità del premier liberale Ilie Bolojan. A maggio lo avevano poi sfiduciato votando insieme all’estrema destra di AUR. Ora sono di nuovo decisivi: sono l’unico partito con ministri propri nel governo, mentre il resto della squadra è appunto tecnico.
Sullo sfondo di tutta la vicenda ci sono due elementi. Il primo è il caso di Kimberly Guilfoyle, l’ambasciatrice statunitense in Grecia dimessasi la settimana scorsa, che aveva rivendicato un ruolo degli Stati Uniti nella caduta di Bolojan dopo incontri con i Socialdemocratici. Il secondo sono gli attacchi russi alle navi mercantili nel mar Nero, al largo di Romania e Bulgaria, che rendono ancora più urgente avere un governo nel pieno delle funzioni.
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