Francia, le ragioni delle proteste studentesche, fra social, politica e crisi strutturale – 8/10/2026
In Francia proseguono le proteste studentesche contro le condizioni delle scuole, tra scontri, migliaia di fermi e narrazioni mediatiche contrapposte; la Camera approva gli ultimi articoli della nuova legge elettorale.
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Fonti
#Francia
Il Post – Le grandi proteste degli studenti in tutta la Francia
ISPI – La Francia scossa dagli studenti
Il Post – In Francia più di 400 scuole resteranno chiuse per le proteste studentesche
#LeggeElettorale
Il Post – La Camera ha approvato tutti gli articoli della legge elettorale ancora in discussione: ora manca solo il voto finale
#BuongiornoGaia
Italia che Cambia – Gaia: che cos’è un pianeta vivente?
Trascrizione episodio
Davanti al liceo professionale Château d’Epluches c’è un ragazzo di 14 anni, e intorno a lui tre poliziotti. La polizia lo prende a colpi di manganello, il ragazzo reagisce con un calcio, poi la situazione che precipita e il quattordicenne finisce in ospedale, ferito al volto da una granata. In un altro liceo un professore cerca di difendere i propri studenti dalle cariche della polizzia, frapponendosi col corpo e quasi implorando i poliziotti.
Lo stesso giorno, a Marsiglia, un camion dei pompieri viene accerchiato e dato alle fiamme davanti a un liceo. A Lille i ragazzi sbarbicano un semaforo, incendiano i rifiuti, sfasciano le pensiline degli autobus.
Sono istantanee delle gigantesche manifestazioni studentesche di martedì, in Francia. Probabilmente a molti di voi sarà capitato di vedere un video del genere, e a seconda di come la pensate vi saranno arrivati video della violenza della polizia o dei danni degli studenti. Sono però istantanee, parziali, di una storia molto più ampia, che vale la pena comprendere. E in cui la comunicazione via social gioca un ruolo centrale in ogni momento del racconto.
Facciamo un passo indietro. Il 21 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, in un quartiere periferico, una cosiddetta banlieue, a sud-est di Parigi, gli insegnanti scioperano perché manca personale, e gli studenti si uniscono a loro.
Quel singolo sciopero funziona, nel senso che al liceo Saint-Exupéry di Créteil arrivano nuovi docenti e qualche fondo. Però nel frattempo la protesta ha iniziato a diffondersi, dapprima su TikTok, Snapchat e Instagram, quindi ha contagiato decine di altri istituti e così nel giro di pochi giorni i blocchi e gli scioperi si moltiplicano in tutto il paese, coinvolgendo centinaia di istituti. Ovviamente non è che sono i social a far diffondere le proteste: o meglio i social sono un mezzo potente, ma le proteste si diffondono perché trovano terreno fertile in una scuola con pochi fondi, pochi docenti, e allo stremo delle forze.
Le richieste degli studenti sono cose molto concrete: che i professori assenti vengano sempre sostituiti, soprattutto nelle materie d’esame. Chiedono classi meno affollate ( considerate che nei licei francesi la media è di circa 30 studenti per classe, il secondo fra i Paesi OCSE dopo il Giappone). Edifici dignitosi. I molte zone della Francia i ragazzi raccontano di aule troppo calde d’estate e gelide d’inverno, di docce rotte e di cimici dei letti negli studentati. Poi chiedono di rivedere l’orario, che oggi va dalle 8 alle 18, e di allungare la pausa pranzo.
All’inizio la protesta era in gran parte pacifica, ma via via che si allargata si sono moltiplicati anche gli scontri, le aggressioni da parte della polizia, gli atti di vandalismo da parte degli studenti. Giovedì primo c’è stata una prima grande giornata di proteste e solo quel giorno ci sono stati quasi duemila fermi. A Nantes un incendio ha distrutto l’ingresso del liceo Nelson Mandela, che resterà chiuso per almeno un mese. A Marsiglia sono stati dati alle fiamme dei cassonetti. Diversi fatti sono stati distorti o esagerati dalla stampa. Ad esempio molti giornali anche italiani hanno riportato la notizia che il preside di una scuola di Marsiglia era stato cosparso di benzina e dato alle fiamme. Lo stesso preside ha fatto sapere alla stampa che è stato spruzzato inavvertitamente mentre degli studenti cercavano di appiccare il fuoco a un cassonetto. Che per carità, non sarà il gesto più nobile, ma c’è una discreta differenza.
Arriviamo così a martedì 6 ottobre, quando c’è stata la giornata nazionale di mobilitazione vera e propria, ancora più allargata, stavolta più organizzata e guidata dai sindacati, con dentro anche genitori e insegnanti. In quel momento gli istituti che avevano aderito agli scioperi erano saliti a 891 su 3600, quasi ¼ di tutti quelli del paese. Secondo il ministero dell’Interno in piazza quel giorno c’erano circa 260mila persone, 56mila solo a Parigi. Per gli organizzatori erano molte di più. Anche qui, quasi ovunque i cortei sono stati pacifici, ma ci sono stati scontri a Lione, Strasburgo, Rennes e a Parigi, a Place de la Nation, con lanci di pietre da una parte e lacrimogeni e idranti dall’altra.
Il bilancio è abbastanza pesante. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha parlato di circa 6mila arresti dall’inizio delle proteste. Secondo il ministero dell’Interno l’87% dei fermati è minorenne. I feriti tra gli studenti sono più di 200, e tra loro c’è un quindicenne che ha perso una mano negli scontri con la polizia e un altro ragazzo che ha perso un occhio. Tra il personale scolastico i feriti sono 85, e il ministero dell’Interno parla anche di centinaia di agenti feriti. L’IGPN, che è l’ispettorato che indaga sulla polizia, ha aperto diverse inchieste. Una riguarda un agente che a Saint-Ouen-l’Aumône ha ferito uno studente sparando con un lanciagranate.
Il governo, dal canto suo, ha risposto con una sorta di doppio registro. Lecornu ha definito legittime alcune richieste degli studenti e ha condannato le violenze dei manifestanti (mentre in varie occasioni ha detto che la risposta della polizia è stata giustificata e commisurata). Al tempo stesso ha fatto sospendere l’uso di granate stordenti da parte della polizia. E ha annunciato che in questi giorni le lezioni saranno sospese per organizzare momenti di «democrazia interna» nelle scuole, cioè incontri con gli studenti, e ha chiesto ai ministri le prime proposte entro fine ottobre. L’Union syndicale lycéenne, però, il principale sindacato studentesco, ha detto che finora non è arrivato nulla di concreto. Nel frattempo, centinaia di licei restano bloccati.
Ora, per capire bene questa storia bisogna aggiungere un po’ di livelli attorno. Innanzitutto il contesto in cui nasce, che è un contesto pre-elettorale molto teso. La Francia va al voto per le presidenziali la prossima primavera, e Macron non può ricandidarsi. Il governo Lecornu non ha la maggioranza in parlamento e ha appena presentato un bilancio 2027 di austerità, che punta a risparmiare 54 miliardi di euro e prevede tra le altre cose il congelamento degli stipendi pubblici per il quarto anno di fila. Con quel bilancio, trovare i soldi per rifare scuole e assumere insegnanti sarà complicato. E sullo sfondo c’è un carovita che va avanti da mesi, legato soprattutto all’aumento dei prezzi di energia e carburanti dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
In questo contesto la scuola è diventata un campo di battaglia politico. Da una parte c’è Jean-Luc Mélenchon, leader storico della sinistra radicale francese e candidato all’Eliseo, che ha sfilato coi manifestanti e ha accusato il governo di aver ordinato la repressione, dandone anche una connotazione razzista. Dall’altra c’è Marine Le Pen, l’estrema destra, che al contrario chiede più poteri per la polizia.
Il governo sta un po’ nel mezzo, senza una linea chiara, ma ammiccando più a destra che a sinistra,e facendo intendere che le proteste siano fomentate dalla sinistra, e che gli studenti siano strumentalizzati.
Oltre alla battaglia politica, però, come ha commentato Massimo Nava, editorialista del Corriere della Sera, intervistato da ISPI, questa è anche una crisi sistemica, che ci riguarda anche molto da vicino. Perché c’è uno Stato pieno di debiti che non riesce più a garantire le protezioni sociali a cui i francesi sono abituati. E che nel frattempo continua ad aumentare le spese militari, unica spesa che cresce considerevolmente nel bilancio previsionale del 2027, assieme agli interessi sul debito.
E poi c’è un terzo livello, meta, quello comunicativo, a cui accennavo all’inizio. Del come se ne parla. Perché forse un po’ in linea con l’aria bellica che tira, una buona parte della stampa francese, ma anche di quella nostrana, usa un lessico bellico e incentra la questione sui disordini, le violenze urbane. Il racconto si concentra sui cassonetti bruciati, sugli incendi, sui presidi aggrediti.
Anche in Italia ha prevalso questo registro, almeno nei titoli. ha prevalso il registro dell’emergenza. Open ha aperto la sua diretta del 1° ottobre con «Francia in fiamme per le proteste studentesche», e nello stesso titolo c’era anche il preside di Marsiglia cosparso di benzina (un falso appunto). La Sicilia è andata oltre: «Francia, benzina su un preside a Marsiglia: la protesta dei liceali sfugge al controllo e diventa guerriglia». Il preside era in apertura del Fatto Quotidiano. Salvo poi, il giorno dopo, essere proprio il Fatto a raccontare la smentita, ma la smentita, arrivata dopo meno di due ore, non ha avuto lo stesso spazio in nessun giornale (a parte rari casi). Non tutti però hanno scelto quella strada. Domani, per esempio, ha messo al centro la risposta del governo, con un titolo come «Francia, liceali in rivolta. Lecornu manda la polizia», e nel sommario ha scritto che il governo tenta la repressione.
In tutto ciò c’è il rischio che nel clamore dei media e dei social media, e con la campagna elettorale in corso, la scuola rischi di diventare l’ennesimo feticcio da sventolare.
Molti di noi in questi giorni avranno visto le immagini dei cassonetti in fiamme, dei lacrimogeni, dei ragazzi incappucciati. Ma in quanti sapevamo per cosa protestano gli studenti?
Si potrebbe obiettare che non importa, che conta che il messaggio arrivi al governo francese. E forse è così. Al tempo stesso ho il timore che se il dibattito si concentra solo su chi manipola chi, sugli infiltrati, sulla polizia e sui vandali, c’è il rischio che quando i riflettori si spegneranno le aule restino esattamente com’erano.
Intanto comunque segnalo che ieri sera le manifestazioni e gli scontri si sono allargati a macchia d’olio anche in Belgio.
Oggi è anche il giorno della legge elettorale. Ieri la Camera ha approvato gli ultimi articoli del cosiddetto Stabilicum, la riforma voluta dal governo Meloni, e ora manca solo il voto finale sul testo complessivo.
Ieri il governo ha messo la fiducia sui tre articoli più delicati. Così se a luglio la Camera aveva bocciato a scrutinio segreto l’emendamento che reintroduceva le preferenze, un punto a cui Meloni teneva molto stavolta i deputati votano per appello nominale, cioè chiamati uno per uno sotto i banchi della presidenza e dovevano dire ad alta voce sì o no. Che è un po’ diverso. E infatti tutti i punti cari alla maggioranza sono passati.
Quindi cosa prevede questa nuova legge elettorale? Innanzitutto c’è un grosso premio di maggioranza. La coalizione che arriva prima con almeno il 42% dei voti ottiene 70 deputati e 35 senatori in più, e si ritrova con circa il 55% dei seggi. Tornano poi le preferenze, accanto ai capilista bloccati. E ci sono altre novità meno visibili ma rilevanti: per esempio, i partiti che non sono in Parlamento dovranno raccogliere 6mila firme per presentarsi alle elezioni, invece di 1.500.
Lo scopo dichiarato della riforma è garantire governi stabili. Il Post però fa notare un paradosso. Oggi i sondaggi danno entrambe le coalizioni intorno al 42%, il centrosinistra un po’ sopra e il centrodestra un po’ sotto. Se nessuno raggiunge la soglia, il premio non scatta e si vota con un sistema proporzionale puro, come nella Prima Repubblica, con tutte le trattative tra partiti che ne seguirebbero. Senza contare che, secondo diversi esperti, la Corte costituzionale potrebbe intervenire sul meccanismo del premio al Senato.
Non tutti però la vedono come una questione tecnica. A settembre una quindicina di associazioni, tra cui Lista Civica Italiana, VotoLIBEguale, Voglio Scegliere e Costituente Terra, hanno lanciato un appello per chiedere una legge elettorale che rispetti la Costituzione. Riprendono le critiche di un gruppo di oltre cento costituzionalisti, che contestano tre punti: il premio di maggioranza, le liste bloccate e l’indicazione del candidato premier sulla scheda, che secondo loro introdurrebbe un premierato di fatto senza cambiare la Costituzione. Ecco, considerate che secondo i promotori, tra capilista bloccati e listone del premio, se la coalizione vincente ottiene il premio gli elettori sceglierebbero davvero solo un deputato su tre e un senatore su cinque. Gli altri verrebbero di fatto decisi dai partiti. E c’è un altro timore: una maggioranza gonfiata dal premio potrebbe pesare da sola sull’elezione degli organi di garanzia, come il presidente della Repubblica e i giudici della Corte costituzionale. Infine ricordano che la Commissione di Venezia, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa sulle questioni costituzionali, raccomanda di non cambiare le leggi elettorali a ridosso delle elezioni.
La Terra non è solo un Pianeta che ospita delle forme di vita. Sembra piuttosto che la Vita presa nel suo complesso sia una sorta di macro-organismo, capace di autoregolarsi e mantenere le condizioni necessarie alla vita stessa, attraverso cicli biogeochimici e sistemi omeostatici.
È appena uscita la prima puntata di Buongiorno Gaia, il nuovo podcast di Italia Che Cambia in cui Daniel Tarozzi e Giuseppe Barbiero ci raccontano quali sono le caratteristiche che rendono la Terra abitabile, al confronto con Venere e Marte e spiegano la nascita dell’ipotesi di Gaia.
Entrano in scena James Lovelock, Lynn Margulis e William Golding, tra chimica dell’atmosfera, biologia, mito e una domanda che accompagnerà tutto il podcast: qual è il rapporto tra la Terra e quella rete di vita che chiamiamo Gaia?
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