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6 Novembre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Allarmi bomba: che succede nei cieli d’Europa? – 6/11/2026

Falsi allarmi bomba su decine di voli in Europa; il Brasile pubblica una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili; la Spagna verso il voto dopo il disastro ferroviario; in Paraguay il crack di Ueno Bank; approvata la riforma del cinema.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodi

«Siete tutti complici di un complotto criminale. Vogliamo annientarvi per questo. Proprio per questo, in questo preciso momento, sui seguenti voli sono stati piazzati degli ordigni esplosivi: AY1761, Helsinki-Italia; EI402, Dublino-Italia. Sono diretti al vostro aeroporto. Il vostro regime femminista se ne ricorderà per sempre. L’esplosione avverrà tra 60 minuti. Oggi il vostro cielo sarà rosso.»

Questo che vi ho appena letto è il testo della email con cui ieri mattina veniva segnalato un allarme bomba su due voli diretti a Roma Fiumicino, uno da Helsinki e uno da Dublino. La mail era scritta in italiano e aveva come oggetto “segnalazione minaccia”. È arrivata ad Aeroporti di Roma, la società che gestisce gli scali della capitale, e ad altre società collegate. Era firmata da un sedicente gruppo che si fa chiamare “Combattenti dello Stato Maschile”.

Una firma che rimanda, si suppone, alla Male Legion, un movimento online russo di estrema destra, misogino e ultranazionalista, fondato nel 2016 e messo al bando in Russia come estremista nel 2021. Ma attenzione: firmare una mail non costa niente, e per ora nessuno ha verificato chi l’abbia scritta davvero. Anche perché quella firma riguarda solo due voli. E ieri ci sono stati molti più casi.

Nel corso della giornata di ieri allarmi come questo si sono moltiplicati in mezza Europa: almeno 25 aerei sono stati coinvolti in allarmi bomba dimostratisi poi infondati, due dei quali sempre in Italia, diretti a Milano Malpensa, gli altri in altri paesi europei. Tutti falsi allarmi. E già martedì c’erano stati una decina di allarmi simili.

Direi che è il momento di farci la stessa domanda che ci siamo fatti due giorni fa con la storia dei frigoriferi. Che diamine sta succedendo? E soprattutto: basta mandare una mail con scritto pericolo di bomba per mandare in tilt i voli di mezza Europa? È davvero così facile? Non proprio in realtà.

Sul Guardian, nella diretta testuale con cui hanno seguito gli avvenimenti nel corso della giornata di ieri, a un certo punto c’era un’intervista a un esperto di aviazione che spiegava che le minacce false alle compagnie aeree arrivano praticamente tutti i giorni. Ma il 99% di queste minacce non vengono nemmeno comunicate ai piloti. Ogni compagnia ha una squadra di sicurezza che valuta ogni minaccia con una specie di semaforo. Verde: si prosegue come se niente fosse, se la minaccia è ritenuta infondata (appunto, la stragrande maggioranza dei casi). Rosso: l’aereo deve fare un atterraggio d’emergenza. E poi c’è una via di mezzo, l’arancione, che vale solo per i voli non ancora decollati e che prevede controlli più stretti, perquisizione dell’aereo, e poi si parte.

Ma cosa fa scattare il rosso? Fondamentalmente due cose: quanto è specifica la minaccia e quanto è credibile. Per esempio, se contiene informazioni che non sono pubbliche o che sono difficili da reperire. Tendenzialmente, più dettagli contiene una mail, ad esempio numero di volo, orari, modello dell’aereo, caratteristiche tecniche, nomi dei piloti. Il fatto è che fino a qualche decennio fa queste informazioni le conoscevano solo gli addetti ai lavori. Oggi è molto facile reperirle, e con l’aiuto dell’IA è ancora più facile, così come è più facile inviare un testo che contenga esattamente gli elementi necessari a far scattare un codice rosso. 

Se avete ascoltato la puntata sulla storia dei sabotaggi alle centraline dei frigoriferi e questa storia vi sembra che ricordi quella è perché è proprio così. Oggi è molto più facile individuare e sfruttare i punti deboli di un sistema. 

Comunque, quando il semaforo rosso scatta, la procedura prevede in genere di scendere rapidamente di quota e atterrare nell’aeroporto più vicino. È una roba come si intuisce molto costosa e crea un sacco di disagi, ma davanti a una minaccia anche solo vagamente credibile le compagnie non hanno molta scelta.

Chi c’è dietro? Al momento non si sa. Il commissario europeo ai trasporti Apostolos Tzitzikostas ha detto che è “troppo presto” per stabilire se gli episodi siano collegati. Ma secondo diversi esperti il numero di minacce giudicate abbastanza credibili da far deviare gli aerei fa pensare proprio a un’azione coordinata. Sempre sul guardian Rhys Jones, analista della società di intelligence aeronautica Osprey Flight Solutions, parla di minacce che sembrano collegate ma di una campagna “piuttosto caotica” e senza una regione precisa nel mirino. 

Ma dice anche che per chi manda queste mail la disruption, cioè il caos in sé, potrebbe già essere un successo. In pratica, chi manda queste mail non ha bisogno che ci sia una bomba, e nemmeno che qualcuno ci creda davvero. Gli basta che la minaccia sia abbastanza credibile da far scattare le procedure. A quel punto il risultato l’ha già ottenuto: perché partono i caccia, gli aerei vengono dirottati, i passeggeri evacuati, si generano ritardi a catena, costi enormi per le compagnie, e poi titoli su tutti i giornali europei, che alimentano la paura di volare da parte delle persone. Capite che con uno sforzo minimo, ovvero inviare una serie di mail, si ottiene massimo risultato, ovvero ulteriore caos. 

Inoltre Jones sottolinea anche un possibile effetto di lungo periodo ovvero che se gli allarmi falsi diventano routine, il sistema rischia di abituarsi e di reagire con meno attenzione la volta in cui magari una bomba c’è davvero.

Aggiungo un tassello, ovvero il possibile collegamento di queste azioni con i sabotaggi delle centraline dei frigoriferi nei supermercati. Sono azioni con una logica molto simile, rivolte agli stessi paesi circa, e con effetti paragonabili. È molto tutto prematuro per trarre delle conclusioni, ma di sicuro ci sarà da continuare a farsi domande.

Martedì il Brasile ha pubblicato quella che viene presentata come la prima “tabella di marcia” globale per abbandonare carbone, petrolio e gas. Un’ottima notizia, anche se con alcuni limiti.

Ricorderete forse che l’anno scorso il Brasile ha ospitato la COP30 a Belém. I Paesi hanno litigato a lungo su un punto: inserire o no nelle conclusioni un impegno sul fare una roadmap per uscire dai combustibili fossili. Un’ottantina di Paesi spingeva per farlo, ma i grandi produttori l’hanno bloccato. Alla fine il Brasile si era impegnato a presentare comunque, autonomamente, due documenti, uno sui fossili e uno sulla deforestazione. Sono arrivati adesso, a pochi giorni dalla COP31, che inizia lunedì ad Antalya, in Turchia.

Per chiarezza, visto che ho letto cose strane sulla stampa nostrana, il Brasile non ha presentato la sua roadmap, il suo piano di uscita dai fossili, ma una roadmap globale, per tutti i paesi del mondo, a cui i governi possono ispirarsi. Il messaggio interessante del governo brasiliano in questo documento è che tutti i Paesi possono iniziare subito, senza aspettare nuove tecnologie. Il documento sostiene che farlo può perfino far crescere l’economia (concetto devo dire che capisco sia allettante, ma molto scivoloso) e ridurre la povertà. 

I suggerimenti sono concreti. Si parte dal tagliare subito il gas bruciato o disperso nei siti di estrazione, quindi dal ridurre le dispersioni di metano che è un gas con un potere climalterante gigante, che dura meno in atmosfera rispetto alla CO2 ma che nei primi vent’anni scalda l’atmosfera circa 80 volte più dell’anidride carbonica. Poi eliminare i sussidi alle aziende fossili e costruire nuovi impianti rinnovabili. Il percorso è diviso in fasi. Nei primi due anni ogni Paese è invitato a valutare quanto dipende dai fossili. Poi tra il 2031 e il 2033 si arriva al taglio vero e proprio della produzione.

Il problema di un documento del genere è che ha un valore molto diverso che se fosse emerso da un accordo all’interno di una COP (per quanto poi abbiamo visto che ognuno fa un po’ come gli pare lo stesso). Ma così, presentato unilateralmente dal Brasile non si sa quanto peso possa avere e non è vincolante. Non ci sono obblighi né tappe intermedie, e ogni Paese decide da sé cosa fare. Joeri Rogelj, climatologo dell’Imperial College di Londra, la considera comunque un passo avanti. Però, dice, senza un calendario vincolante non è chiaro quanto in fretta bisognerebbe muoversi per rispettare l’accordo di Parigi. 

Il secondo documento riguarda invece le foreste e mette nero su bianco che secondo l’ONU, per proteggere Amazzonia, Congo e Sud-est asiatico servirebbero circa 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Oggi se ne spendono circa 85.

Ecco, considerate anche la tempistica: le roadmap escono poco più di una settimana dopo la rielezione di Lula, che al ballottaggio ha battuto Flávio Bolsonaro, il figlio dell’ex presidente Jair. Intanto una sessantina di Paesi, riuniti ad aprile a Santa Marta, in Colombia, hanno deciso di andare avanti per conto loro, e alcuni, come Germania, Francia e Paesi Bassi, hanno già piani nazionali molto più precisi. 

La tragedia del treno deragliato in Spagna la scorsa settimana, che ha causato almeno 74 morti, sta avendo tante ripercussioni. Quando ha convocato le elezioni anticipate, Sanchez sperava di poter indirizzare la campagna elettorale verso temi a lui cari come il tema della casa. Ma l’incidente ha sbaragliato completamente i piani di Sanchez, e sta avendo delle coseguenze anche sul tema della mobilità sostenibile. 

Ho chiesto a Valentina Saini, giornalista corrispondente dall’Italia per La Voz de Galicia e per 22 Med, che avevamo già intervistato proprio per una puntata di INMR+ dedicata alla politica spagnola, di farci un po’ il quadro della situazione, a circa 3 settimane dal voto.

Contributo disponibile nel podcast

Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire, dal nulla, che non potete più accedere al vostro conto corrente: né stipendio, né risparmi, né pensione. È quello che è successo martedì in Paraguay a quasi 3 milioni di persone, circa il 60% degli adulti del Paese, quando la banca centrale ha preso il controllo di Ueno Bank e ne ha sospeso tutte le operazioni. 

Ueno era una banca digitale cresciuta a velocità impressionante. Fa parte del Grupo Vázquez, un conglomerato paraguayano con interessi anche nei media e nella tecnologia, e si vantava di aver portato per la prima volta in banca oltre un milione di paraguaiani. Dai controlli però è emerso che i suoi indici di solvibilità erano scesi sotto la metà del minimo di legge. Per ora la banca centrale promette ai correntisti un primo rimborso fino a 10 milioni di guaraní, circa 1.700 dollari, ma senza dare una data. E non ci sono solo i privati: l’istituto pubblico di previdenza aveva investito in Ueno circa 350 milioni di dollari, e circa 32.000 pensionati ricevevano lì la pensione. 

È un crack finanziario ma anche politico. Il presidente della banca centrale, Carlos Carvallo, aveva guidato Ueno fino al 2023, prima di essere nominato dal governo. Il presidente Santiago Peña è stato azionista della holding di Ueno fino al 2025. Carvallo si è dimesso su richiesta di Peña, otto dirigenti della banca sono stati arrestati, 27 persone sono indagate, mercoledì alcuni parlamentari hanno presentato una richiesta di impeachment contro Peña, che ieri sera si è dimesso spontaneamente. Ma il Paese è nel caos.

Capita raramente che una riforma sia votata da tutti, maggioranza e opposizione, senza nemmeno un contrario o un astenuto. È successo ieri con la riforma del cinema approvata in via definitiva dal Parlamento.

Facciamo un passo indietro. Lo Stato mette molti soldi nel cinema e nell’audiovisivo: circa 700 milioni di euro nel 2025, 600 nel 2026. Però tra il 2023 e il 2024 i fondi sono rimasti bloccati, e da allora la gestione dei bandi e dei pagamenti è stata parecchio disordinata. È un tema di cui ci siamo anche occupati in passato e che aveva causato molti malcontenti nel mondo dello spettacolo. 

Anche perché il cinema è uno di quei campi in cui c’è molta distanza fra le spese e gli incassi. Per fare un film serve spesso più di un anno e se non sai quando e se arriveranno i soldi, non puoi pianificare niente. E infatti negli ultimi anni in Italia si sono fatti molti meno film. 

E quindi cosa cambia? Primo, i finanziamenti verranno programmati su tre anni, con procedure più semplici, tempi certi e più controlli su come vengono usati i soldi. Secondo, la gestione dei fondi passa dalla Direzione Cinema del ministero a un nuovo ente, l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo. Accanto all’Agenzia nasce il Forum, un organo di consulenza composto in gran parte da rappresentanti del settore. Il Forum non gestisce soldi, ma avrà un ruolo nella scelta della nuova commissione unica che assegna i contributi selettivi, cioè quelli destinati a film indipendenti, opere prime e seconde e progetti poco commerciali. Per questi contributi ci sarà anche un tetto per i film con un budget sopra i 5 milioni, in modo da lasciare più spazio ai progetti piccoli.

La politica resta comunque dentro il sistema, eh. Nel senso che il direttore dell’Agenzia lo nomina il Consiglio dei ministri, quattro membri su cinque del consiglio di amministrazione sono di nomina politica, e metà del Forum la sceglie direttamente il ministro. 

Le associazioni di registi e sceneggiatori, come 100autori, ANAC e WGI, hanno accolto la novità con non troppo entusiasmo, perché speravano in un ruolo maggiore e dicono che la legge non garantisce una vera stabilità. Ma credo che sia comunque un passo in avanti. Anche se molto dipenderà dai decreti attuativi, attesi entro due anni, e l’Agenzia dovrebbe partire solo nel 2028. Quindi ci sarà da aspettare.

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