Paideia, la scuola anarchica spagnola che da quasi cinquant’anni educa alla libertà
Fondata nel 1978 da una maestra anarchica e femminista, Paideia educa da quasi mezzo secolo bambini e ragazzi all’autogestione. La sua lunga storia mostra la forza e anche le fatiche dell’educazione libertaria.
All’inizio del 1978, in Spagna, si respira un clima di fermento. Franco è morto da poco più di due anni e il dibattito sul futuro del Paese è aperto e attraversato da tensioni lancinanti. Nel gennaio di quell’anno, a Mérida, in Estremadura, una delle regioni più povere e rurali del Paese, un gruppo di educatrici apre una scuola libertaria, in cui bambini e bambine decidono insieme cosa imparare, come e con chi, senza voti, premi o punizioni.
A guidarle c’è una maestra anarchica e femminista, Josefa Martín Luengo, che tutti chiamano Pepita. Quasi cinquant’anni dopo Paideia Escuela Libre esiste ancora: quest’anno ha novanta iscritti, dai diciotto mesi ai sedici anni, e c’è chi si trasferisce a Mérida da altre zone della Spagna per farla frequentare ai propri figli. Osservare questa esperienza ci offre uno spaccato interessante sui pregi e i limiti dell’educazione libertaria. Paideia infatti ha alle spalle un tempo abbastanza lungo da mostrare cosa resta di un’educazione libertaria nella vita adulta e cosa quale filo comune attraversa le generazioni che l’hanno vissuta.
Da Fregenal a Mérida: la storia di Paideia
Per capire la nascita di Paideia bisogna partire dalla Spagna della transizione. Tra il 1976 e il 1978 il Paese esce dalla dittatura a gran velocità: nel 1977 vengono legalizzati partiti e sindacati e si vota per la prima volta in libertà, mentre la Costituzione è ancora da scrivere. Sono anni di grande euforia, ma anche di attentati, crisi economica e paura di un ritorno all’autoritarismo.

In questo vuoto rinasce, per una breve stagione, una delle tradizioni anarchiche più forti d’Europa. La CNT – Confederación Nacional del Trabajo, il sindacato anarcosindacalista che negli anni Trenta aveva superato il milione di iscritti, esce dalla clandestinità e arriva a circa 130.000 tesserati nell’estate del 1978. In quegli stessi anni gli insegnanti riscoprono la Escuela Moderna di Francisco Ferrer i Guardia, il pedagogista libertario fucilato a Barcellona nel 1909, e fanno circolare le idee di Célestin Freinet e Paulo Freire.
«Negli anni Ottanta era appena finita la dittatura e la gente aveva un bisogno e un desiderio forte di libertà e di trasformare la società», ci ha raccontato il collettivo di Paideia. «La scuola pubblica era ancora molto repressiva». Mentre il Paese si dava una nuova Costituzione, nelle aule restava il modello autoritario del franchismo. Insegnanti e programmi venivano ancora da quarant’anni di regime e di educazione cattolica, ma tra molti educatori circolavano idee nuove. «Era in Spagna un momento di grande fermento pedagogico».
Josefa Martín Luengo era un’insegnante di ruolo e aveva alle spalle studi di psicopedagogia e campagne di alfabetizzazione per adulti. Per la sua continua sperimentazione didattica venne trasferita più volte, in scuole sempre più piccole e periferiche. L’ultima tappa fu Fregenal de la Sierra, nel sud della provincia di Badajoz, dove nel 1975 diresse un istituto pubblico con convitto per ragazzi delle campagne. Lì introdusse assemblee, autogestione e classi miste. Nel 1977, dopo che un giornalista aveva raccontato l’esperienza su una rivista nazionale, fu rimossa con un provvedimento disciplinare.
«A quel punto la scelta fu obbligata – spiega il collettivo –: se nella scuola pubblica non si può lavorare secondo i propri principi, bisogna creare un luogo dove sia possibile». Nel gennaio 1978 Pepita fonda Paideia a Mérida con due colleghe, Concha Castaño Casaseca e María Jesús Checa Simó, e otto alunni. Solo strada facendo, raccontano, il gruppo si accorge che la propria sperimentazione converge con gli ideali della pedagogia libertaria di ispirazione anarchica. Pepita ne diventa la voce teorica, anche con il libro La escuela de la anarquía, in cui accusa la scuola pubblica di vestirsi da democratica per nascondere una visione della società basata sul dominio.

«Era una donna straordinaria, con una capacità e una velocità di pensiero e di sistematizzazione tali da renderla estremamente generativa ed efficace: pensava, sperimentava, scriveva, condivideva», la ricordano. Con lei il collettivo mette a punto un metodo per lettura, scrittura e ragionamento matematico, con un percorso psicomotorio che prepara i bambini più piccoli a imparare a leggere e scrivere. Quel metodo si usa ancora oggi.
Negli anni successivi famiglie ed educatrici si organizzano in cooperativa e acquistano una casa di campagna alla periferia di Mérida. Alla fine degli anni Novanta gli alunni sono più di cento. La crescita porta però tensioni e il collettivo si spacca: nel 1999 un piccolo gruppo riprende in mano la scuola per restare fedele al progetto originario. Pepita muore nel 2009, ma chi l’ha affiancata è ancora lì. «Molte di noi dell’attuale collettivo sono qui da quarant’anni: abbiamo iniziato con lei, abbiamo imparato con lei. Non abbiamo una guida, continuiamo il lavoro iniziato insieme», ci raccontano.
Un metodo sempre aperto
L’anarchismo immagina una società che si governa senza rapporti di dominio e per questo critica l’autorità dello Stato, della Chiesa e della famiglia tradizionale. Nell’educazione libertaria confluiscono correnti diverse, unite da un’etica fondata sulla solidarietà e sull’autogestione, cioè sulla capacità di un gruppo di organizzarsi da sé. A Paideia questo significa sostituire competizione, controllo e coercizione con aiuto reciproco, nonviolenza e uguaglianza, cercando la felicità individuale e insieme quella collettiva.
Nella vita quotidiana bambine e ragazzi scelgono insieme cosa studiare, come e con chi. In assemblea decidono come organizzare la scuola e costruiscono accordi che vengono continuamente rinegoziati. Non ci sono premi né punizioni. Agli adulti tocca un compito difficile: «Dimenticare tutto quello che abbiamo appreso nella nostra educazione scolastica e riconoscere ciò che nasce dalla relazione orizzontale con i ragazzi e tra di loro».
Quando abbiamo chiesto quale fosse la critica più intelligente ricevuta, il collettivo ha risposto parlando della propria autocritica: «Forse non è la più intelligente, ma è la più realistica, cruda e difficile». Pepita la chiamava autocritica costruttiva, un modo per migliorare senza avere paura di sbagliare. La pratica riguarda anche gli studenti: ogni tre mesi ciascuno rilegge il proprio percorso, lo valuta e lo ridefinisce, da solo e insieme agli altri.
Lo stesso sguardo il collettivo lo rivolge al metodo. Le basi didattiche messe a punto con Pepita sono rimaste le stesse, ma vengono rilette alla luce di un mondo cambiato. La tecnologia, per esempio, ha trasformato il modo in cui i ragazzi stanno in relazione e i rischi che corrono. Sull’educazione affettiva e sessuale la società appare oggi più chiusa di qualche decennio fa. «L’idea di fondo è che il metodo vada rivisto continuamente proprio per non tradirlo». Per questo nessuno cita le frasi della fondatrice come regole da applicare: si continua, dicono, ad “apprendere con lei”.

La prova del tempo
Cinquant’anni sono il tempo di due generazioni. Per un progetto educativo significa vedere bambini diventare adulti, poi genitori, a volte educatori a loro volta. Per il collettivo questa durata è già una risposta a chi considera l’educazione libertaria un’utopia. «L’esistenza della scuola da quasi cinquant’anni è la prova che l’educazione libertaria è una realtà e non più solo un esperimento».
Il tempo lungo permette anche di osservare cosa succede dopo la fine del percorso scolastico e anche nel passaggio generazionale. Cosa resta dell’educazione libertaria nella vita adulta? Che educazione sceglie per i propri figli chi ha fatto in prima persona un’esperienza del genere? «Molti ragazzi – ci racconta il collettivo – restano legati alla scuola per anni dopo la fine del percorso. Alcuni ci iscrivono i propri figli, altri oggi fanno parte del collettivo educativo o tengono laboratori. C’è anche chi torna a Paideia per scrivere una tesi di laurea o per avviare progetti da adulto».
Secondo il collettivo, chi è passato da Paideia porta con sé «un’impronta profonda, positiva e umanista», fatta di autonomia, consapevolezza e umanità. Non è tuttavia un risultato garantito: «A Paideia si pianta un seme che può fiorire oppure no. In qualcuno è ben coltivato e dà frutti evidenti, in altri resta latente, ma è sempre lì, pronto a esprimersi».
Il tempo lungo mostra anche un’altra cosa: un progetto che dura per decenni deve fare i conti con un mondo che cambia. Paideia è nata per rispondere a un bisogno preciso di libertà, condiviso da molte famiglie in un Paese appena uscito dalla dittatura. Quel bisogno oggi è molto meno evidente e il collettivo lo dice senza giri di parole. «Se dovessimo nascere oggi, non esisteremmo. Le persone vivono nel comfort, sono più guardinghe e hanno altre priorità».
Anche le famiglie sono cambiate. Un tempo, raccontano, i genitori puntavano molto sull’autonomia dei figli. Oggi il collettivo vede genitori più dipendenti dai figli, in una società resa più individualista dal capitalismo. Il numero di famiglie che si trasferiscono a Mérida per la scuola è in calo. Dopo quasi mezzo secolo, la sfida di Paideia è restare attuale anche se il contesto che l’ha resa necessaria è cambiato. È per questo che il collettivo continua a rileggere le proprie pratiche.

Un ponte (e un confronto) con l’Italia
Paideia è nata contro la scuola statale autoritaria eppure con lo Stato fa i conti ogni giorno. Per l’ordinamento spagnolo non è una scuola pubblica e nemmeno una concertada, cioè una scuola privata finanziata con soldi pubblici, qualcosa di simile alle nostre paritarie. «Non siamo conformi alle leggi nazionali, ma non siamo illegali: i ragazzi sono scolarizzati, rilasciamo il titolo alla fine del percorso, noi adulti abbiamo le qualifiche professionali per fare scuola, abbiamo spazi adeguati e rispettiamo le norme igienico-sanitarie delle mense».
Le istituzioni la considerano “a-legale” e questo le garantisce piena autonomia. Il ministero le invia le stesse circolari che manda alle altre scuole e chiede informazioni sugli alunni. Autonomia però non vuol dire isolamento. Il collettivo organizza attività con altri istituti, tiene corsi di formazione per insegnanti della scuola pubblica e in alcune università e partecipa alla vita della città.
Da qualche tempo questa apertura ha superato i confini nazionali. In quasi cinquant’anni, Paideia non aveva mai fatto uno scambio con una scuola libertaria straniera. Il primo è in corso con Nunatak, scuola libertaria in provincia di Cuneo, e secondo il collettivo sta nascendo un legame forte anche tra i ragazzi delle due scuole. Le due realtà condividono gli stessi valori: giustizia, solidarietà, responsabilità, nonviolenza, autonomia. Hanno al centro l’assemblea e un’educazione integrale, che coinvolge «mani, mente e cuore».
Dal confronto sono emerse due differenze. In Italia, secondo il collettivo, si lavora molto sulla pratica della libertà, individuale e di gruppo, ma meno sulla consapevolezza politica del cambiamento sociale. All’inizio succedeva lo stesso a Paideia, che però negli ultimi anni ha reso questo aspetto più esplicito.
La seconda differenza va nella direzione opposta: le realtà italiane coinvolgono le famiglie in modo più strutturato e curano la comunità educante, la rete di genitori, educatori e territorio che condivide i valori della scuola e li porta fuori dalle sue mura. A Mérida ci avevano provato con un’associazione pedagogica, poi l’esperienza si è persa. È uno scambio in cui entrambe le parti hanno qualcosa da insegnare e da apprendere. D’altronde a Paideia coltivano questa idea da mezzo secolo: l’educazione costruisce un modo di stare al mondo e resta un processo aperto, un apprendere insieme.








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