Imparare senza padroni: che cos’è e da dove viene l’educazione libertaria
Nata dal pensiero anarchico tra Ottocento e Novecento, l’educazione libertaria mette al centro la libertà di scelta di bambine e bambini. Oggi in Italia la pratica una rete di scuole, mentre le famiglie che educano fuori dalla scuola sono triplicate dopo la pandemia.
Nell’immaginario comune la scuola ha una forma piuttosto standard: file di banchi ordinati, una cattedra, un’insegnante che spiega e stabilisce le regole, alunni che ascoltano e – chi più, chi meno – le rispettano. Nelle scuole libertarie questo non avviene: adulti e ragazzi prendono decisioni assieme, gli uni accanto agli altri, seduti in cerchio, abbastanza vicini da guardarsi in faccia.
L’idea su cui poggia il modello dell’educazione libertaria è che bambine e bambini, ragazze e ragazzi siano in grado di decidere autonomamente e autodeterminarsi. In altre parole: le regole si costruiscono insieme e non vengono imposte dall’alto, dagli adulti. Abbiamo già messo in fila i principali modelli educativi alternativi in una guida. Qui partiamo per un approfondimento dedicato all’educazione libertaria: che cos’è, da dove viene e perché se ne parla sempre di più.
Che cos’è l’educazione libertaria
La Rete per l’Educazione Libertaria, che collega le esperienze italiane, la definisce un insieme di principi e pratiche democratiche che riconosce a bambini e ragazzi la capacità di decidere da soli e in gruppo come, quando, che cosa, dove e con chi imparare. Il cuore dell’educazione libertaria è il rapporto tra adulti e bambini, piuttosto diverso da quello che contraddistingue gli altri modelli educativi. Nell’educazione libertaria l’adulto accompagna l’apprendimento e l’organizzazione, ma senza giudicare né imporre le proprie regole.

Non ci sono programmi obbligatori né voti, le attività sono proposte e le regole vengono scelte in assemblea. Spesso si utilizzano metodi decisionali collaborativi come il metodo del consenso, che permette di arrivare a una decisione o una regola quando tutto il gruppo si trova in accordo. Le materie tradizionali restano: per esempio si studiano italiano, matematica, scienze, inglese e spagnolo, accanto a laboratori di falegnameria, uncinetto e manga scelti dai ragazzi. A livello internazionale si parla più spesso di educazione democratica.
Un po’ di numeri
Le scuole che aderiscono alla REL oggi sono dieci, più due gruppi di ricerca: nel 2019 erano sedici. Altre esperienze si ispirano all’educazione libertaria senza farne parte e un numero complessivo è difficile da ottenere: molte di esse infatti – al pari di scuole nel bosco, montessoriane o semplicemente familiari – operano all’interno della cornice giuridica dell’istruzione parentale, ovvero la possibilità prevista dalla legge di assolvere l’obbligo fuori dalla scuola, in famiglia o affidando i figli a educatori scelti dai genitori. Educazione libertaria e homeschooling tuttavia sono due esperienze molto diverse. Nella prima i bambini vivono ogni giorno una comunità fatta di adulti accompagnatori, coetanei e assemblee; nel secondo sono i genitori a seguire direttamente i figli, spesso in casa.
Come ha chiarito Francesco Codello – pedagogista, ex dirigente scolastico e tra i promotori della REL – in un articolo su MicroMega del 2014, parlare di educazione libertaria significa sostenere “la centralità di esperienze collettive”, non di relazioni esclusive o chiuse dentro la famiglia. Per Codello, che abbiamo recentemente intervistato, la scuola libertaria è prima di tutto una comunità, in cui l’autonomia si costruisce stando con gli altri e dandosi delle regole insieme. Per la legge e per la statistica però finiscono nella stessa categoria e l’educazione libertaria si confonde con l’homeschooling, insieme a molti altri tipi di scuole alternative.
«Stime vere e proprie su quanti bambini scelgano l’educazione libertaria non esistono – spiega Anna Zumbo della REL – perché i progetti raccolgono informazioni sui propri partecipanti, ma non esiste un sistema integrato di raccolta su base nazionale che permetta di trarre seri dati aggiornati e linee di tendenza, mentre i dati del Ministero dell’Istruzione aggregano i numeri degli studenti le cui famiglie scelgono di far scuola a casa con quelli di bambine e ragazzi che partecipano a progetti di tipo comunitario».

In generale tuttavia possiamo osservare una crescita, negli ultimi anni, delle persone che scelgono di educare i propri figli al di fuori dell’istituzione scolastica. Il Ministero dell’Istruzione ha iniziato infatti a contare questi studenti nell’anno scolastico 2017/18, quando erano circa 5.000. Con la pandemia sono triplicati, passando dai 5.126 del 2018/19 ai 15.361 del 2020/21; alla primaria i bambini sono saliti da 2.243 a oltre 10.000. Finita l’emergenza, i numeri non sono tornati indietro: 16.823 nel 2023/24, circa 16.000 l’anno successivo.
In proporzione restano pochi – lo 0,2% degli oltre sette milioni di studenti – ma bisogna considerare che il dato è probabilmente sottostimato perché esclude le province autonome e chi non risulta all’anagrafe studentesca. Si concentrano al Nord, soprattutto in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, divisi in modo simile tra città e campagna. Anna Chinazzi, docente di Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca, tra il 2019 e il 2024 ha incontrato centinaia di queste famiglie: a spingerle, secondo la sua ricerca, è soprattutto la critica al sistema scolastico.
La tendenza non è solo italiana, ma le risposte dei governi divergono. In Inghilterra i bambini istruiti a casa erano almeno 126.000 nell’autunno 2025, l’1,5% della popolazione in età scolare, il 13% in più in un anno. In Francia, al contrario, una legge del 2021 ha sostituito la semplice dichiarazione con un’autorizzazione preventiva: in tre anni i bambini istruiti in famiglia sono scesi da 72.369 a 30.644. Negli Stati Uniti, secondo il National Center for Education Statistics, la quota è passata dal 2,8% del 2018/19 al 3,4% del 2022/23.
Le origini dell’educazione libertaria
Le radici dell’educazione libertaria affondano nell’Ottocento, con predecessori come Jean-Jacques Rousseau, Lev Tolstoj – che nella scuola di Jasnaja Poljana lasciava liberi i figli dei contadini di frequentare le sue lezioni – e il pedagogista francese Paul Robin. Il nome più legato a questo modello è però quello di Francisco Ferrer, che nel 1901 aprì a Barcellona la Escuela Moderna: una scuola laica, mista, fondata sulle scienze sperimentali, in aperta sfida al monopolio educativo della Chiesa. Quella sfida gli costò la vita: accusato ingiustamente di aver fomentato i moti del 1909, fu fucilato il 13 ottobre di quell’anno nella fortezza di Montjuïc.
L’eco dell’iniziativa arrivò presto in Italia. Nel 1907 il congresso anarchico di Roma approvò all’unanimità una mozione che invitava a promuovere scuole moderne sul modello di Ferrer e negli anni seguenti ci furono tentativi a Bologna, Milano, Torino e Pisa. L’esperienza più significativa fu quella di Clivio, in provincia di Varese, attiva tra il 1910 e il 1914 e ripresa brevemente nel 1920.
Sebbene Ferrer volesse liberare i bambini dal dogma, nella sua scuola erano ancora gli adulti a stabilire cosa insegnare. Una contraddizione risolta da Summerhill, fondata nel 1921 da Alexander S. Neill e trasferita pochi anni dopo in Inghilterra, dove le lezioni diventarono facoltative e le regole si votavano in assemblea. Nacque così il filone dell’educazione democratica, che passa per la Sudbury Valley School, aperta in Massachusetts nel 1968, e oggi conta centinaia di scuole nel mondo.
In Italia sono conosciute principalmente con il nome di scuole libertarie, un termine che richiama la radice anarchica e un progetto di trasformazione sociale più ampio. La diffusione nel nostro Paese è recente. La prima comunità autoeducante libertaria italiana è considerata Kiskanu, nata a Verona a metà degli anni Duemila con un’impostazione inizialmente vicina a quella steineriana, poi evoluta in senso libertario: nel 2012 il gruppo l’ha rifondata come Piccola scuola libertaria Kether.
Nella primavera del 2007 genitori, educatori e insegnanti interessati a questi temi si ritrovarono per un incontro informale all’Università di Padova, a cui partecipò, tra gli altri, lo storico dell’educazione Francesco Codello. Da lì nacque la Rete di Educazione Libertaria, di cui Kiskanu fu tra i fondatori: una rete che oggi collega alcune decine di scuole, gruppi che lavorano per aprirne di nuove e insegnanti della scuola statale.
Oggi le scuole libertarie sono quasi sempre realtà piccole, gestite da associazioni o cooperative e frequentate da poche decine di bambini, di solito dalla scuola dell’infanzia alle medie. Vivono soprattutto dei contributi delle famiglie, che alcune cercano di mantenere a prezzi popolari perché nessuno resti escluso. Diverse aderiscono anche alla rete europea delle scuole democratiche, la European democratic education community. Tutte devono poi fare i conti con l’esame di idoneità annuale nella scuola statale. Dall’anno scolastico 2025/26 un nuovo decreto ministeriale e le Linee guida di dicembre 2025 hanno reso le regole più stringenti, proprio mentre il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” riaccendeva il dibattito sull’istruzione parentale.

Come funziona una scuola libertaria
In Valcamonica, a Malonno, in provincia di Brescia, l’associazione Selva porta avanti da oltre dieci anni un progetto autogestito di educazione libertaria, in un territorio di valli prealpine lontano dai grandi centri urbani. Il cardine del progetto è il tempo passato in natura e sul territorio: boschi, paesi e parchi diventano insieme aula e oggetto di studio. Un esempio è “Archivi di pietra, di carta, di parole”, un libro scritto dai bambini insieme a un accompagnatore. Le gite alle incisioni rupestri e ai castelli, le visite all’archivio di Stato e le interviste ai protagonisti hanno permesso di passare dall’esperienza concreta alla sintesi teorica, fino a riconoscere le tre principali fonti storiche: materiali, scritte e orali.
È solo uno dei tanti esempi di come può funzionare in pratica una scuola libertaria: proprio per le caratteristiche del modello, ogni scuola ha la sua fisionomia. Esistono tuttavia alcuni principi comuni, che la REL riassume in quattro pilastri dell’educazione libertaria. Il primo è educare la persona intera. Significa che l’apprendimento coinvolge tutta la persona, corpo, sensi e dimensione relazionale compresi, e mira a sviluppare ogni talento in modo armonico. Per questo i bambini possono vivere tutti gli spazi della scuola, dentro e fuori, e le attività si alternano tra studio, movimento, arte e gioco.
Il secondo prende il nome di educazione incidentale, un concetto che deriva dallo scrittore e sociologo statunitense Paul Goodman, secondo la cui ricerca si impara meglio quando l’apprendimento nasce da un’occasione o da una domanda. Una casualità della vita può diventare una lezione. Così i piccoli “incidenti” quotidiani sono spunti da approfondire e da collegare alle materie di studio.
ll terzo pilastro è lo sviluppo della consapevolezza critica. Il riferimento principale è il pedagogista brasiliano Paulo Freire, che chiamava “coscientizzazione” il processo con cui si impara a leggere criticamente la propria realtà e a riconoscere la propria capacità di cambiarla. Significa imparare a riconoscere e sospendere i propri pregiudizi, a capire da quale posizione si guarda il mondo e si incontra l’altro, con i privilegi e le oppressioni che quella posizione comporta.
Significa anche smascherare quelli che il drammaturgo Augusto Boal chiamava i “poliziotti interiori”: le frasi che abbiamo interiorizzato e che ci frenano, come “non sono capace”, “è impossibile”, “si è sempre fatto così”. Una delle pratiche in cui questa consapevolezza si allena ogni giorno è l’autovalutazione. Nelle scuole libertarie non esistono voti né pagelle: la valutazione si concentra sugli obiettivi concordati e sul percorso fatto, nasce dal confronto e non diventa mai un giudizio sulla persona. Gli errori sono un’occasione per correggersi da soli. Il processo riguarda anche gli adulti, chiamati a interrogarsi di continuo sul proprio ruolo.

Infine c’è il quarto pilastro, che riguarda il modo in cui si prendono le decisioni. Regole e attività si discutono in assemblea, dove ognuno – grande o piccolo che sia – ha diritto di parola indipendentemente dall’età. Di norma si cerca un consenso unanime, che si costruisce nel tempo e attraverso tentativi ed errori. È il modello della democrazia diretta di tradizione anarchica, in cui le decisioni non passano a maggioranza. Il voto può comunque essere sperimentato, come occasione per riflettere sul metodo stesso.
Come spiega Francesco Codello in L’educazione libertaria alla prova dei fatti, “queste scuole hanno in comune alcune caratteristiche fondative: democrazia diretta nella formulazione delle decisioni riguardanti la vita scolastica, partecipazione facoltativa alle lezioni, apertura totale al contesto ambientale come presupposto indispensabile per l’apprendimento attivo e partecipe, relazione egualitaria tra adulti e bambini/e, ragazzi/e, valutazione condivisa e non selettiva del percorso di apprendimento, molteplicità e varietà dei curricula, gestione non violenta e partecipata dei conflitti, molteplicità metodologica, non confessionalità religiosa e/o ideologica, ruolo di facilitatore dell’insegnante”.
Tuttavia, dalla condivisione del metodo possono nascere esperienze anche molto diverse. Con una metafora, le scuole della REL si definiscono “isole di un arcipelago complesso e variegato”. Ciascuna si caratterizza per alcune specificità, determinate dal gruppo di persone che ne fanno parte – adulti e bambini – in un processo di autodeterminazione in continuo divenire e dal territorio nel quale nascono e con il quale si relazionano.
Il dibattito: critiche, punti di forza, contaminazioni
L’educazione libertaria ha anche critici severi e le obiezioni più dure arrivano da sinistra, in nome della scuola pubblica. In un lungo intervento su DINAMOpress del 2021, Angela Pavesi e Michele Dal Lago sostengono che la vera conquista sia l’istruzione pubblica, obbligatoria e gratuita: mette insieme bambini di classi sociali, culture e religioni diverse e li sottrae per alcune ore all’influenza della famiglia. Le scuole libertarie, secondo gli autori, sarebbero socialmente omogenee, “scuole di classe”, caricherebbero i bambini di responsabilità inadatte alla loro età e rischierebbero di sottrarre risorse alla scuola statale, convergendo in alcuni punti con le proposte della destra liberista.
Chi sostiene questi modelli rovescia la prospettiva. Un bambino che fin da piccolo partecipa alle decisioni, discute le regole e ne vede le conseguenze impara la democrazia praticandola. Su MicroMega, Codello insiste proprio su questo punto: se l’obiettivo è l’autonomia, darsi delle regole e saperle rispettare in modo responsabile diventa centrale. Inoltre, i sostenitori respingono l’idea che queste scuole siano private. Codello le definisce scuole “pubbliche non statali” non statali, perché “aperte a tutti e tutte, non confessionali, non classiste, non escludenti”, anche se non sono “gestite dallo Stato, bensì dalla comunità educante che le anima”.

Tra i due fronti, in effetti, c’è più spazio di quanto sembri. La Rel raccoglie anche insegnanti della scuola statale, e la scuola pubblica italiana ha una sua tradizione di pedagogia attiva, da Mario Lodi al Movimento di cooperazione educativa. Il progetto europeo Democratic Education in Schools, finanziato da Erasmus+, ha messo in rete nove partner di cinque Paesi, tra scuole democratiche, scuole statali e università, per portare nelle classi ordinarie strumenti come l’assemblea. Le cinquanta pratiche raccolte dal progetto sono raccontate in questo approfondimento. Insomma, le scuole libertarie, oltre a essere delle esperienze autonome e a sé stanti, possono funzionare come laboratori, da cui la scuola di tutti può prendere ispirazione.
Come approfondire e informarsi
Per un genitore curioso, il modo migliore per capire è andare a vedere: molte scuole aprono le porte alle famiglie e la REL organizza periodicamente incontri e convegni. Sul sito della rete ci sono le esperienze attive e i gruppi che stanno nascendo, altre realtà sono sulla nostra mappa. Chi valuta l’istruzione parentale deve tenere d’occhio le scadenze: la comunicazione si presenta nel periodo delle iscrizioni, la domanda per l’esame di idoneità del primo ciclo entro il 30 aprile. Per chi insegna nella scuola statale, invece, il punto di partenza può essere la propria classe: un’assemblea in cui le regole si discutono e si decidono insieme è un primo passo alla portata di tutti.
In generale, sebbene 17.000 studenti su oltre sette milioni siano una minoranza, la loro scelta pone una questione che riguarda anche chi resta nella scuola pubblica: quanto spazio lasciamo a bambine e bambini per decidere della propria educazione? Nelle prossime settimane proveremo a rispondere guardando da vicino i quattro pilastri dell’educazione libertaria – l’educazione della persona intera, l’educazione incidentale, l’autovalutazione e il potere decisionale dei bambini nelle assemblee – ciascuno attraverso un’esperienza che lo mette in pratica.
Informazioni chiave
La radice anarchica
L’educazione libertaria attinge dal pensiero anarchico di fine Ottocento e ha iniziato a diffondersi in giro per il mondo anche con la denominazione di educazione democratica.
Non ci sono gerarchie
Uno dei principi fondanti è che l’adulto non è in una posizione di superiorità rispetto al bambino, che partecipa alle decisioni e sviluppa autonomia e senso critico.
I quattro pilastri
Ci sono quattro elementi centrali nell’approccio didattico libertario: l’educazione incidentale, la condivisione delle decisioni, la consapevolezza critica e l’educazione della persona intera.
In Italia
Nel nostro paese la maggior parte dei progetti di educazione libertaria fa riferimento alla Rete di Educazione Libertaria; se ne contano una decina, anche se un censimento dettagliato non è mai stato fatto.
Un dibattito ampio
Il focus sull’educazione libertaria si inserisce in un dibattito più ampio che mette sul piatto la scuola pubblica, il suo approccio didattico, le esperienze alternative e l’istruzione parentale.









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