9 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 8 minuti
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Educazione libertaria: dalla scuola dell’obbedienza a quella della libertà

L’educazione libertaria ribalta molti paradigmi che l’approccio scolastico formale e istituzionalizzato ha dato per assodati. Ne parliamo con Francesco Codello, pedagogista e insegnante, che si occupa da anni di questo approccio educativo.

Autore: Fabrizio Corgnati
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Campanelle, mense, divise e soprattutto obbedienza assoluta all’autorità. Il modello della scuola novecentesca fu concepito con un obiettivo chiaro: trasformare i bambini in futuri cittadini modello dello Stato, soldati od operai della catena di montaggio. Ma ora che quel paradigma sta fortunatamente diventando obsoleto, ora che le persone stanno prendendo coscienza che per essere felici non devono uniformarsi, ma sviluppare il proprio potenziale unico e irripetibile. E ora che persino le aziende si stanno rendendo conto che avere dipendenti pensanti invece di semplici esecutori conviene, possiamo dubitare del fatto che quel modello scolastico sia ancora il più funzionale per il nostro futuro?

Le esperienze alternative esistono, eccome. Una di queste si chiama educazione libertaria e uno dei suoi studiosi e sostenitori in Italia è il professor Francesco Codello, pedagogista e insegnante, uno che «la scuola tradizionale la conosce bene, avendoci lavorato dentro per una vita», per usare le sue parole, e che dunque sa valutarne con cognizione di causa anche i problemi e le possibili soluzioni. È lui allora che decido di contattare per approfondire l’approccio dell’educazione libertaria. «La prima cosa che mi sento di dire è che non si tratta di una moda improvvisata del momento, ma ha una storia che risale quantomeno alla fine del ’700», spiega.

«L’idea dei movimenti di emancipazione era che attraverso l’educazione fosse possibile costruire una società diversa, libera da oppressioni e disuguaglianze», racconta il professor Codello. «Infatti, mentre gli altri modelli pedagogici si preoccupano di realizzare una ben specifica idea di persona – un’idea politica, sociale, culturale, antropologica, economica, religiosa –, l’educazione libertaria ritiene che si debbano creare le condizioni affinché ogni essere umano diventi ciò che desidera, senza che nessun altro si senta in diritto di sovrapporgli un’idea predefinita e stereotipata».

Educazione libertaria
Francesco Codello

A ben vedere, questo è esattamente il significato etimologico della parola “educazione”. C’è una bella differenza tra formare un ragazzino – cioè, etimologicamente, dargli una forma, plasmarlo fino a fargli assumere le fattezze che desideriamo – ed educarlo – dal latino ex-ducere, condurre fuori, ovvero portare alla luce la sua identità profonda e autentica. Non si tratta di promuovere un’ideologia o di indottrinare dunque, bensì di far fiorire la persona. «Con una precisazione: l’essere umano non è ciò che è per nascita, inevitabilmente, in maniera innata, ma lo diventa evolvendo in tutte le tappe della sua crescita». Il concetto è dinamico, non statico.

Come si realizza questa filosofia nella pratica quotidiana e concreta? «Bisogna passare dalla centralità dell’insegnamento, su cui si fondano tutti i sistemi scolastici che conosciamo, a quella dell’apprendimento. Un apprendimento informale, incidentale: sono l’occasione, il contesto, la domanda a stimolarlo. Dobbiamo pensare a un sistema in cui l’istinto naturale degli esseri viventi ad apprendere si esprima in maniera compiuta e non venga soffocato o deviato dalle istituzioni organizzate come accade oggi, tanto che sistematicamente finisce per scemare».

In altre parole, se costringiamo i giovani a restare seduti in un’aula ad assistere alla lezione di fisica o di latino solo perché fa parte del programma di studi, non c’è molto da stupirsi se alla lunga quelle materie daranno loro la nausea. Se invece vengono immersi in un contesto di esperienze che accendono la loro curiosità, l’effetto sarà tutt’altro. «Naturalmente ciò non significa che non vengano acquisite competenze, ma che queste vengono trasmesse con un processo differente« precisa Codello.

L’obiettivo non è tanto il voto, quanto una necessaria autovalutazione del percorso che sta compiendo, in dialogo con l’adulto

«Intanto non esistono un curriculum né una didattica unici, uguali per tutti, specialmente nelle fasi iniziali: ce ne sono tanti quanti sono i soggetti, i talenti, le intelligenze, le dimensioni della personalità. I bambini tenera età non vengono tanto abituati a rispondere correttamente alle interrogazioni del maestro, ma piuttosto a fare domande successive che allarghino il loro interesse. La concezione dell’apprendimento non è lineare, bensì a spirale, partendo da un punto già trovato e avventurandosi nel buio dell’incertezza fino a incontrarne un altro. Insomma, deviare dal percorso non è concepito come un errore, ma come un valore: d’altra parte, senza deviazioni la storia umana non sarebbe mai progredita».

Un altro elemento che perde importanza in questo modello educativo è la pagella: «La motivazione dello studente dev’essere intrinseca, non estrinseca. L’obiettivo non è tanto il voto, quanto una necessaria autovalutazione del percorso che sta compiendo, in dialogo con l’adulto. È proprio la relazione a cambiare radicalmente: non è più adultocentrica, ma diventa dialogica, empatica, che valorizza la capacità di capirsi vicendevolmente».

D’altra parte, per chi non lo sapesse, sempre più nazioni europee si stanno rendendo conto che il meccanismo delle valutazioni, con il relativo timore di fallire ed essere umiliati, non favorisce affatto la crescita degli studenti, tanto che molte di esse hanno deciso di abolire – a vario titolo, per norma o per prassi, e con modalità differenti a seconda dei corsi di studio – l’istituto della bocciatura. È il caso di Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Danimarca, Liechtenstein, Lussemburgo, Austria, Gran Bretagna, Irlanda, Grecia, Bulgaria e Cipro. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico si è addirittura spinta a dichiarare che «i paesi con il maggior numero di bocciati sono anche quelli con il sistema meno efficiente».

Educazione libertaria

L’educazione libertaria valorizza insomma l’autogestione del bambino e della bambina, nei suoi contenuti ma anche nelle sue forme. «Siamo abituati a pensare che soltanto il tempo speso in aula sia produttivo, mentre quando osserviamo un bambino che se ne sta per i fatti suoi, pensieroso, stia perdendo tempo. In realtà dobbiamo valorizzare questo tempo, necessario per sedimentare, approfondire e creare».

Qualche sano momento di apparente vuoto, persino restare sdraiato sul letto a fissare il soffitto, innesca nel giovane una reazione preziosa: lo sprona a mettere in moto l’immaginazione, a guardarsi dentro, a imparare a gestire tristezza e frustrazione, ad andare in cerca di nuove sfide, a concepire pensieri e fantasie, a progettare ciò che diventerà. «Per questo motivo la frequenza è il più possibile libera. Non posso pensare di tenere fermi i ragazzini per un certo numero di ore, ma devo concedere loro i necessari momenti di evasione. Partecipa chi lo desidera. E nelle esperienze in giro per il mondo che ho avuto occasione di osservare ho scoperto che questa partecipazione diventa spontanea, proprio perché è libera».

Già, la libertà. Su questo concetto credo che ci sia bisogno di chiarire un equivoco, che temo sia molto diffuso. Lasciar liberi i bambini non significa che questi possano fare quello che passa loro per la testa dal mattino alla sera, che crescano sbandati e senza controllo. Libertà significa invece responsabilità: «Le regole esistono eccome, ce ne sono un’infinità, solo che sono sviluppate attraverso un processo continuo, sistematico, quotidiano, abituale, interiorizzato e paritario di partecipazione attiva. La democrazia non viene semplicemente insegnata dalla cattedra, ma vissuta davvero, con tutte le inevitabili contraddizioni e i problemi che si porta dietro».

Come si svolge dunque una giornata di scuola libertaria? «Gli esempi sono tanti. Ci sono esperienze in cui l’attività è comunque scandita da orari definiti, sebbene flessibili e suscettibili di modifica ove necessario, e altri, come le Sudbury schools, dove non esiste neanche una programmazione e tutto il processo di apprendimento si costruisce sulle domande che sorgono in quel momento», racconta Francesco Codello.

Talvolta si svolgono lezioni più simili a quelle tradizionali e altre volte lavori di gruppo o in condivisione. «Ogni giornata però prevede sempre un momento di confronto, discussione e proposta rispetto ai problemi che sorgono. Provate a immaginare che cosa significa la capacità di parlare e ascoltare gli altri, non solo formalmente ma cercando di capirne le motivazioni, anche quelle dei gesti sconvenienti e che vengono redarguiti».

Immagino che il professor Codello abbia avuto modo di incontrare personalmente tanti bambini che sono stati educati con questo modello nel corso degli anni, dunque gli chiedo come gli è parso il risultato finale: «Sicuramente ho visto in loro delle personalità molto autonome, in grado di darsi un progetto di vita e più disponibili a vivere la libertà responsabile. Più disposte a fare la loro parte nel mondo, fino in fondo, come affermava Tolstoj, lo scrittore che mi ha segnato più di tutti». Scusate se è poco.

Se un genitore, dopo aver letto questo articolo, fosse curioso di sapere come si può instradare i propri figli a un percorso di questo tipo, conclude Codello, «basta consultare il sito della Rete dell’educazione libertaria per scoprire se sul proprio territorio esiste un’esperienza del genere». E se dalle vostre parti non esistesse, perché qualche educatore non potrebbe pensare di tirarsi su le maniche e provare a fondarne una?