Il Faro, il progetto educativo in cui bambini e adulti prendono insieme le decisioni
A Rimini c’è un progetto educativo in cui il potere decisionale è detenuto da un’assemblea a cui partecipano in paniera paritaria bambini e adulti. Un esperimento di democrazia ispirato ai principi dell’educazione libertaria.
Riuscireste a immaginarvi una scuola in cui bambini e bambine hanno potere decisionale, pianificano insieme agli adulti di riferimento come organizzare il loro percorso educativo, propongono idee e progetti? Nella maggior parte dei contesti scolastici convenzionali questo sarebbe inconcepibile, ma non al Faro, progetto educativo di ispirazione libertaria che fa parte della Rete di Educazione Libertaria.
Il mese di ottobre su Italia Che Cambia è dedicato ad approfondire questo approccio, con alcuni focus sui pilastri del pensiero libertario. Uno di essi è la condivisione delle decisioni e, per quanto riguarda questo ambito, il Faro – Comunità di apprendimento, progetto nato a Rimini appena dopo la pandemia, è un esempio perfetto. Ne ho parlato con Iratxe Pineiro, una delle fondatrici insieme a un gruppo di genitori provenienti da percorsi diversi, ma che da anni portavano avanti iniziative di educazione libertaria.
L’assemblea del Faro
Come mi racconta Iratxe, una delle caratteristiche principali del Faro e del suo approccio educativo è l’assemblea, a cui partecipano bimbi e bimbe insieme alle persone adulte che li accompagnano nel progetto educativo e di apprendimento. «Il primo anno avevamo 13 iscritti, tutti in età da primaria, anche se già dal secondo anno abbiamo aperto a ragazzi più grandi, fino ai 13 anni, per dare continuità al percorso didattico. Per scelta non abbiamo mai coinvolto più di 20/25 bambini e ragazzi: oltre quel numero sarebbe difficile gestire il momento dell’assemblea e in generale la condivisione delle decisioni in maniera orizzontale».

Agli albori del progetto l’assemblea si faceva tutti i giorni, soprattutto perché c’erano molte decisioni da prendere, il gruppo era appena nato e aveva necessità di continui confronti per consolidarsi, bisognava stabilire le regole per la gestione degli spazi, i turni delle attività, le modalità di risoluzione dei conflitti. «In quel periodo ogni giornata iniziava con un’assemblea e con il cerchio di condivisione, in occasione del quale i bimbi si raccontano, condividono un’esperienza, un’emozione. Successivamente abbiamo iniziato a separare questi due momenti perché ci siamo resi conto che avevano dei modi di funzionare diversi», racconta Iratxe.
Nell’assemblea, dove si svolge il processo decisionale collettivo, si procede in maniera orizzontale e consensuale: le decisioni vengono prese con consapevolezza, nell’ascolto dell’altro, ci vogliono un tempo molto dilatato e un clima di fiducia fra le persone. «Il punto di partenza è stato esplicitare fin dall’inizio che il tipo di relazioni che volevamo fra le persone adulte e bambine era paritario: tutti devono avere il diritto di esprimersi. Questo non vuol dire che adulto e bambino sono uguali e hanno per forza gli stessi ruoli, ci sono gradi di esperienza e responsabilità diversi». E questo è un passaggio chiave: le relazioni sono paritarie ma non sono tra pari.
Alcuni passaggi importanti nel percorso di crescita del progetto educativo
Con Iratxe ripercorriamo alcuni passaggi attraversati dal progetto educativo il Faro: «All’inizio abbiamo dedicato molto tempo alle regole e a scandire le giornate in base alle proposte che venivano fuori da adulti e bambini. Il nostro gruppo oscilla intorno ai venti bambini perché riteniamo che anche questo fattore sia fondamentale per il funzionamento di una scuola democratica e orizzontale, più gente renderebbe difficoltosa la gestione delle assemblee».
Si parla anche del tema dell’età. Come detto, già dal secondo anno il Faro si è aperto anche a ragazzi e ragazze in età da secondaria di primo grado, quindi fino ai 13 anni. «Le famiglie che hanno iniziato il percorso hanno chiesto di continuare anche dopo l’età della primaria», spiega Iratxe, che però precisa che «nella quotidianità non c’è una vera distinzione e suddivisione per età anagrafica. Lavoriamo in una pluriclasse composta da studenti che presentano livelli differenti sul piano didattico e su quello relazionale. Di conseguenza l’età anagrafica non rappresenta il criterio principale per definire i contenuti da affrontare o il gruppo di appartenenza, poiché le scelte educative vengono adattate ai ritmi di apprendimento di ciascun allievo.

Anche questa fluidità è una delle caratteristiche dell’approccio libertario, che lascia a bambini e bambine la libertà di gestire il loro percorso didattico. «Abbiamo bambini che hanno l’età anagrafica di una quinta ma fanno alcune attività, come matematica e scienze, col gruppo di seconda media, magari perché hanno interesse per queste materie. Succede anche il contrario: bambini che si trovano meglio con un gruppo di età inferiore possono lavorare lì». Insomma, i gruppi si formano in base all’età anagrafica, agli interessi e alle relazioni. Questo accade per tutte le attività, sia per le materie più classiche che per altre attività proposte dal Faro, come teatro, corsi di lingua o lavori manuali.
Le attività
Il discorso ci porta inevitabilmente ad approfondire le attività del progetto educativo, laddove per “attività” Iratxe intende un tipo di apprendimento cognitivo, manuale ed emotivo. Anche qui il principio del decidere insieme è basilare: «Le attività vengono stabilite da tutte le persone che costituiscono l’assemblea, quelle grandi e quelle piccole. Alla fine di ogni anno chiediamo a tutti i bimbi e i ragazzi di preparare durante l’estate una sorta di mini progetto di ricerca su un tema di loro interesse, che verrà presentato a settembre e che diventerà argomento di studio per tutti».
In pratica, un bambino o bambina sceglie un tema e poi fornisce indicazioni sulle tempistiche, fa una richiesta di materiale, propone una gita di approfondimento collegata e altre attività correlate al suo progetto di studio. A settembre ognuno presenta la propria proposta e le proposte vengono raggruppate in quattro macro argomenti, che sono spalmati su tutti i mesi dell’anno. «Per esempio lo scorso anno il primo argomento è stato le erbe medicinali e si è svolto da settembre a novembre. Chi l’ha scelto ha proposto una serie di attività – esperimenti scientifici, studio delle diverse varietà o altro».
È anche un’occasione per fare degli stimolanti collegamenti interdisciplinari. L’oggetto di studio “racconta” una storia, per esempio come è stato utilizzato nel corso dei secoli nei vari ambiti – la scienza, il teatro, la scuola. «Da noi accompagnatrici, ogni argomento viene declinato in base alla propria area didattica: io mi occupo dell’ambito umanistico e se l’argomento è erbe medicinali magari parlerò di come esse venivano utilizzate nella Grecia classica; chi si occupa dell’ambito scientifico ne parlerà dal suo punto di vista e così via».

Oltre a queste proposte, che vengono chiamate moduli, ci sono micro attività mirate per ogni materia. Iratxe fa un esempio pratico dell’organizzazione quotidiana: «In mattinata può capitare che abbiamo due ore di modulo e poi micro lezioni mirate di grammatica, spagnolo, filosofia – intesa non tanto come storia della filosofia, quanto come pratica del pensiero critico –, teatro, musica o altre attività paragonabili alle materie classiche». Delle micro attività fanno parte anche quelle più manuali come falegnameria o cucito. Un’altra attività a cui è dedicata un’ora a settimana è quella dell’autovalutazione.
Essendo un progetto educativo che ha la sede in un contesto urbano – si trova in uno spazio privato nel centro di Rimini – «cerchiamo di fare in modo che le attività proposte si sviluppino nel territorio», sottolinea Iratxe. «Facciamo svariate uscite in città per esplorare e conoscere i dintorni – al parco, in biblioteca, in spiaggia – e cerchiamo di vivere molto il quartiere. Svolgiamo anche attività con altre associazioni o collettivi che come noi abbracciano questo modo di vivere la città. Per esempio abbiamo organizzato un bel progetto insieme a Casa Madiba, un centro sociale autogestito che si occupa, tra altre cose, di emergenza abitativa e di mutualismo».
È importante sottolineare il ruolo che le famiglie svolgono all’interno del progetto educativo del Faro – Comunità di apprendimento: «Tutto ciò di cui ho parlato finora non sarebbe possibile se dietro il gruppo della comunità diurna non ci fosse il gruppo dei genitori, che hanno un ruolo attivo e partecipe e prendono parte anche ai gruppi di lavoro. Questa non è una scuola privata in cui il genitore porta il bambino, paga la retta e si vede solo ogni tanto durante l’anno. Qui le famiglie sono parte integrante».
Come funziona l’assemblea?
Tutte queste pratiche democratiche si fondano sull’assemblea, il momento decisionale per eccellenza. Attualmente l’appuntamento assembleare fisso è quello settimanale, ma ogni persona che fa parte della comunità diurna ha la possibilità di convocare l’assemblea in caso di bisogno. «Uno degli obiettivi del pensiero libertario è mettere in atto pratiche democratiche in modo che ci sia una condivisione reale di potere», osserva Iratxe. «Per me sarebbe una contraddizione spiegare, ad esempio, la democrazia in Grecia senza applicare i principi democratici nella quotidianità».
In assemblea le decisioni non vengono prese a maggioranza, ma in maniera orizzontale e consensuale. In virtù di ciò, il processo decisionale richiede un tempo lento, necessario per conoscersi e instaurare un clima di fiducia. Non sempre le proposte vanno bene a tutti, ma c’è la possibilità di prendere una posizione contraria, ovviamente argomentandola. Una decisione non viene presa se una o più persone argomentano spiegando perché a loro avviso la proposta non è valida. Questo tempo dilatato vale anche per le decisioni: si prova e poi si valuta la proposta, la si rivede, eventualmente la si può anche riformulare.

Le regole condivise funzionano meglio di quelle imposte
«Nel contesto dell’assemblea consensuale è importante il concetto di potere inteso in senso positivo, come la possibilità di costruire insieme. Questa è la forza normativa dell’assemblea: co-creare delle norme. In questo contesto non c’è bisogno di un adulto o una persona che sorvegli e ne verifichi il rispetto perché essendo state stabilite in maniera collettiva vengono osservate molto più facilmente, avendo una funzione pratica e condivisa. Diverso è quando il potere assume il significato di dominio, quando le decisioni vengono imposte e c’è una condizione di potere verticale: lì le norme necessitano di sorveglianza, mancando della funzione pratica e condivisa. In ogni caso spesso basta mettere in pratica la regola per capire se essa è stata condivisa o imposta».
Iratxe spiega attraverso un esempio concreto quanto sia importante modificare e rivedere le regole in base alla loro efficacia e funzionalità: «In passato abbiamo dovuto cambiare molte volte le regole dei turni per il lavaggio delle stoviglie dopo pranzo, una cosa che a noi adulti sembra una banalità, ma per i bimbi è importante e volte pesante, perché finito di mangiare vorrebbero andare subito a giocare o a riposarsi».
«All’inizio si era deciso che una persona a turno avrebbe pulito le stoviglie di tutti ma poi i bimbi hanno visto che questo faceva perdere molto tempo alla persona di turno e hanno deciso che ognuno avrebbe lavato il proprio piatto. Ma di nuovo è successo che diversi di loro non volessero farlo, così il gruppo ha richiamato l’assemblea e chiesto di proporre delle alternative. È un lavoro lungo perché all’interno dell’assemblea non tutti hanno lo stesso grado di consapevolezza».
È capitato un altro caso che ha a che vedere con le relazioni di potere, che si concretizza nel momento in cui il grado di responsabilità fra adulto e bambino è diverso: «Una regola che, anche se discussa in assemblea, è stata proposta da noi adulti è quella sull’uso del pallone nel giardino, che non è grandissimo e confina con diverse abitazioni private. Abbiamo deciso che non si potevano fare partite di calcio e ad alcuni questa cosa non è piaciuta. Questo è il caso di una regola basata poco sul consenso, ma necessaria per la sicurezza e il rispetto dei vicini».
Nel corso degli anni l’assemblea del progetto educativo il Faro si è evoluta ed è cambiata molto e con essa le regole che ne gestiscono il funzionamento e i ruoli al suo interno, per esempio «ci siamo resi conto che serviva una mediatrice che assegnasse e controllasse che venissero rispettati i turni di parola. Abbiamo aggiunto anche altre due figure, quella del custode delle regole e quella dello scriba, che ha il compito di verbalizzare. Questi ruoli sono nati nel corso degli anni e non sono fissi, di volta in volta vengono ricoperti da una persona diversa».

La risoluzione dei conflitti
L’assemblea è anche uno dei luoghi per risolvere i conflitti anche se molto dipende dal tipo di conflitto. «Ce ne sono alcuni, come magari quello fra due bimbi che sono arrivati alle mani, in cui c’è bisogno di confrontarsi da soli. Oppure la persona protagonista del conflitto sta attraversando un momento difficile, intimo, e non è il caso di rivolgersi all’assemblea», spiega Iratxe Pineiro. «Usiamo anche il metodo della mediazione creativa: all’inizio lo facevamo soprattutto noi accompagnatrici poi l’assemblea ha individuato persone che potessero fare da mediatrici. È una metodologia che ha sviluppato una pedagogista di Cesena, Gabriella Giornelli».
Rispetto alla gestione dei conflitti, Iratxe riporta un feedback interessante che arriva da ragazze e dai ragazzi di altre scuole – che spesso vengono in visita al Faro: «La caratteristica dei bimbi che sono abituati a esercitare la democrazia è che sanno mettersi in gioco. Se hanno un problema non girano le spalle chiamando un adulto, ma cercano una soluzione. Chi non ha ricevuto un’educazione democratica tende spesso a delegare perché non è mai stato abituato o abituata a essere protagonista, a mettersi in gioco, ad assumersi la responsabilità».
Didattica e non solo
Uno degli obiettivi del progetto educativo il Faro rimane comunque quello di far sì che bambini e bambine, ragazzi e ragazze, concludano il loro percorso arricchendosi e anche imparando non soltanto dal punto di vista nozionistico, ma sentendosi soddisfatti di essere cresciuti in quanto persone in senso completo. «Della parte didattica fa parte il nozionismo – riflette Iratxe – ma non solo». Mi spiega che proprio in questi giorni ha parlato con i bimbi dell’etimologia della parola “scuola”, che deriva dal greco σχολή, che ha lo stesso significato dell’otium latino ovvero il riposo creativo, rigenerativo, educativo.
Una riflessione che mi ha ricordato subito il confronto fra due concetti profondamente diversi – educazione e formazione – su cui si è soffermato nel corso della nostra chiacchierata Davide Dell’Anno di Malacatu, un altro progetto della Rete di Educazione Libertaria. Alla base dell’educazione libertaria c’è il tentativo di accompagnare i ragazzi e le ragazzi nella loro crescita come persone, come cittadini attivi e critici del contesto in cui vivono.
A questo proposito, Iratxe ci tiene a concludere l’intervista raccontandomi un aneddoto: «Qualche settimana fa abbiamo fatto un campeggio con ragazzi usciti da progetti di educazione libertaria che si sono incontrati e si sono raccontati i loro percorsi. È stata un’esperienza bellissima e il ricordo che mi ha colpito di più è ciò che alcuni di loro hanno detto: “Quello che mi porto a casa è non aver paura di dire quello che penso e di esprimere opinioni contrarie a quelle degli adulti e degli insegnanti, anche nei contesti dove c’è un rapporto di potere”».








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