30 Settembre 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Il ventre sardo della Dea: donne, terra e conoscenze popolari

Il ventre del corpo di donna e il ventre della Terra hanno entrambi una potenza generativa. Marta “Jana sa koga” Serra ci porta alla scoperta del ventre nella tradizione sarda.

Autore: Marta Serra - Sardegna Oltre
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Il sapere femminile sardo è vivo e scorre in tutti i tempi. Continua a muoversi nelle case, nei paesi, nei gesti accennati, anche quando molte donne se ne vergognano. Si vergognano perché è stato detto loro che certi modi di sentire sono superstizione, ignoranza, arretratezza. Eppure quel sapere resta. Cambia linguaggio, si nasconde, bisbiglia, ma continua a battere.

Il ventre è una delle immagini più profonde di questa conoscenza. Contiene, trasforma, protegge, assorbe, restituisce. Nel corpo femminile è sangue, desiderio, dolore, piacere, gestazione, perdita, nascita. Nella terra è grotta, pozzo, fenditura, domus, acqua profonda, buio fertile. In Sardegna il corpo della donna e il corpo della terra coincidono simbolicamente: sono forme diverse della stessa potenza generativa.

Il ventre è il centro fisico e simbolico di ciò che viene custodito prima di prendere forma. Tutto ciò che nasce attraversa una zona scura: il seme nella terra, il bambino nel corpo, il sogno nella notte, la parola nella preghiera, il segno prima di essere capito. Grotte, domus de janas, pozzi sacri e spazi sotterranei appartengono a questa sapienza della profondità. La terra non è superficie, ma interno: si entra, si scende, si cambia forma, mai sostanza. L’acqua profonda viene raggiunta, custodita, attesa.

Il ventre diventa allora una chiave per leggere una parte profonda delle conoscenze popolari dell’Isola. Il valore di ciò che è trattenuto, protetto e maturato, ritorna nei corpi, nelle case, nelle nascite, nei lutti, nei silenzi, nei segni. Ritorna nei gesti rituali nascosti, nel linguaggio del corpo, nella capacità di capire da uno sguardo che un bambino non è “vero vero”. Quando si sa che qualcosa non torna: nel pianto, nello sguardo, nel sonno, nel modo in cui sta addosso alla madre o nel modo in cui incrocia il tuo sguardo. È una percezione sottile, è il sapere di chi osserva molto e dice molto meno di quello che sa. Il ventre riconosce ogni cosa.

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Domus de Janas de Sa Figu

Segni tra i capelli, rosari e animali tra le mani

La conoscenza popolare passa attraverso linguaggi quotidiani. I capelli sono uno di questi. Sciolti, raccolti, intrecciati, coperti, tagliati: dicono stato, forza, pudore, lutto, decoro, desiderio, passaggio. Il capo coperto può diventare protezione, raccoglimento, misura del rapporto con lo sguardo altrui. Il corpo parla anche da lì, dal modo in cui una donna decide cosa mostrare e cosa custodire.

La lettura dei segni è uno dei linguaggi più profondi di questa conoscenza. Un sogno, un animale inquieto, un oggetto caduto, una frase detta nel momento sbagliato, un silenzio improvviso, uno sguardo che cambia: tutto può diventare indizio quando esiste qualcuno capace di osservare. Nella cultura sarda il segno non funziona come prova, ma come notifica che chiede attenzione, confronto, memoria. Alcuni sogni avvertono, alcuni incontri coincidono, alcune sensazioni restano addosso. Il sapere popolare nasce anche da questa capacità di mettere in relazione ciò che il mondo moderno tende a separare.

Il rosario nelle mani delle donne è una scena che appartiene ancora a molte case. Le dita scorrono sui grani, la preghiera ridonda e il tempo si fa circolare. Molte donne hanno tenuto in piedi famiglie intere così, senza dichiararlo mai: pregando per chi partiva, per chi nasceva, per chi era malato, per chi moriva, per chi non sapeva più come salvarsi. Anche questo è ventre: ricevere paura e restituire presenza.

Il ventre riconosce ogni cosa

Anche il rapporto con gli animali appartiene a questa conoscenza. Gli animali di casa, quelli da lavoro e quelli selvatici non sono presenze mute. Un cane inquieto, un gatto che fissa il vuoto, un uccello che attraversa il cortile e si posa sul davanzale, una bestia che cambia verso, un insetto che appare in un momento preciso: tutto può diventare segno dentro una cultura che sa osservare.

Nelle case e nei paesi questa lettura dei segni continua a sopravvivere. Il linguaggio del corpo umano e di quello animale, dei silenzi, degli sguardi, dei piccoli mutamenti costruisce una conoscenza minuta e potentissima. Si sa quando un bambino non dice tutta la verità, quando una casa è pesante, quando una persona porta addosso una parola non detta. Questo sapere organizza la vita più di quanto siamo disposti ad ammettere.

In questo senso, qui si apre anche una questione di forza popolare. Una comunità evolve quando riconosce dignità alle conoscenze che l’hanno tenuta in piedi, anche quando non sono nate nelle accademie, negli uffici o nei linguaggi ufficiali. Le conoscenze popolari non chiedono di sostituire la scienza, ma di essere lette come cultura immateriale, memoria, relazione, esperienza ramificata.

Nascere in un tempo accelerato

Oggi questo sapere viene schiacciato dalla velocità. La tecnologia accelera ogni cosa: messaggi, immagini, diagnosi, desideri, paure, risposte. Tutto deve essere immediato, mostrabile, traducibile in dato. Il tempo del ventre invece è lento, oscuro, progressivo. Ha bisogno di attesa, ascolto, sedimentazione. Nessuna nascita avviene davvero nella fretta. Il mondo contemporaneo misura il corpo, lo monitora, lo fotografa, lo corregge.

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La medicina salva vite ed è una conquista enorme, ma la medicalizzazione assoluta del corpo femminile ha impoverito la percezione della nascita come esperienza piena, corporea, psichica, familiare e spirituale. In Sardegna questa frattura si vede con forza. Oggi il parto in casa non è una possibilità realmente riconosciuta, garantita e accessibile dentro il sistema pubblico. Molte donne dei paesi interni devono allontanarsi dal proprio territorio per partorire. I punti nascita chiudono, le distanze aumentano, il corpo viene spostato proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di radicamento.

Tutto questo è vergognosamente sbagliato. Lo si sente nel proprio sangue. È sbagliato perché separa la nascita dalla casa, dal territorio, dal proprio albero genealogico, dal linguaggio del corpo, dalla rete delle donne. Il parto resta una delle esperienze più profonde del ventre: apertura, dolore, paura, potenza, separazione, vita. Non può essere un atto burocratico. Manifestare coscienza popolare significa anche chiedersi quali corpi, quali territori e quali saperi abbiano diritto di essere ascoltati. Una Sardegna che perde i luoghi della nascita, che viene ridicolizzata per le conoscenze tradizionali e che vede le donne separarsi dal proprio territorio nei momenti fondamentali della vita, perde una parte della propria coscienza collettiva.

Il ventre sardo della Dea è l’immagine di questo sapere: corpo femminile, terra, acqua profonda, sogni, capelli, rosari, animali, silenzi, sguardi, nascita, protezione. La cultura sarda non è matriarcale, matrilineare né matricentrica. La centralità del femminile nasce soprattutto dal rapporto con la Terra: femmina per eccellenza perché contiene, genera, assorbe, protegge e restituisce. La Sardegna conserva ancora un sapere del ventre. Rendergli merito significa smettere di credere che solo ciò che è veloce, visibile e misurabile sia reale.