Cosa ci insegna la laguna di Venezia su energia, occupazione ed economia circolare?
Alcune riflessioni di Fabio Bussonati che risalgono ai tempi in cui lavorava alla salvaguardia della laguna di Venezia.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente nel novembre 20172 su Fuori Binario, il mensile fiorentino dei senza fissa dimora, all’interno della rubrica Un mondo ganzo è possibile di Fabio Bussonati. Il testo è contenuto anche nell’omonimo libro “Un mondo ganzo è possibile”, che raccoglie sette anni di puntate della rubrica, dal 2017 al 2023.
Ho lavorato nove anni alla salvaguardia di Venezia e della sua laguna per la misurazione dei parametri dimensionali della morfologia lagunare e dei fenomeni in atto; la mia specializzazione era la geodesia, la topografia e la batimetria. [La geodesia è la scienza che misura la forma e le dimensioni della Terra; la topografia rappresenta e misura il territorio; la batimetria misura la profondità di mari, laghi e lagune, ndr].
In questo contesto ho appreso che una delle due cause delle inondazioni periodiche della città era l’eustatismo, ovvero l’innalzamento del livello del mare, che a sua volta è causato dall’aumento della temperatura del pianeta, dovuto alla maggior concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, provocato dalla combustione dei fossili. Ragion per cui per salvare Venezia, e non solo lei, dovevamo smettere di andare in automobile. Comprendere la ragione del problema però non basta a risolverlo.

Se avessimo il potere di decidere, con piani quinquennali potremmo risolverlo facilmente; tecnicamente non manca nulla, le fabbriche dismesse potrebbero essere gestite dagli operai e produrre quello che serve in tempi brevi, risolvendo al tempo stesso il problema della disoccupazione, ma il “mercatosauro” resta padrone del pianeta e impedisce passi razionali nel senso del bene comune, bloccando la ricerca. Nasce da qui la necessità di cominciare a disegnare le macchine che permetteranno alle donne e agli uomini di evitare la barbarie imminente.
Il nostro disegno è quello di immaginare nuovi prodotti, capaci di conquistare il mercato portandolo fuori dagli schemi di “sviluppo” attuali. Da qui l’esigenza di ideare una disciplina scientifica, senza esagerare, che permettesse alla fantasia di prendere il potere e di ribaltare le cose.
Il metodo di lavoro che abbiamo messo in atto prevede di ideare cose nuove con la fantasia e la verifica empirica, permettendo di progettare in modo poetico e di materializzare oggetti di fantasia con vincoli progettuali “altri”. I vincoli progettuali per la realizzazione di oggetti necessari nel futuro sono per prima cosa la Visione dei bisogni e poi di soluzioni tecniche fantastiche ed economiche, anche se non immediatamente possibili ma necessariamente fuori dagli schemi ordinari.
A tale scopo sono preziosi:
- I Ribaltamenti funzionali degli oggetti esistenti (lo spazio macchina trasformato in uno spazio utile per la produzione energetica, l’ascensore trasformato in “discensore produttivo”);
- La Polifunzionalità degli oggetti: ogni cosa deve servire a più necessità (ping-pong, tettoia, impianto fotovoltaico a inseguimento);
- L’estetica e l’etica degli oggetti, che saranno sicuramente belli se servono per primo a chi ha di meno (la valigia-tavolo fotovoltaico);
- L’utilizzo esclusivo di energie rinnovabili e la totale riciclabilità dei materiali (adozione di materiali durevoli e di misure standard).
Ognuno può inventare cose bellissime: basta dare fiducia alla fantasia che si nutre con i sogni del primo mattino.







Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi