19 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Welfare che impresa! Premiati quattro progetti sociali che generano un cambiamento concreto

Autonomia finanziaria delle donne, supporto ai bambini neurodivergenti, prevenzione del bullismo e lavoro nel patrimonio culturale. Le organizzazioni selezionate della decima edizione di Welfare che impresa! raccontano ciò che hanno costruito e le scelte maturate durante il percorso.

Autore: Paolo Cignini
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Per anni una donna ha fatto accreditare lo stipendio sul conto del marito. Dopo aver conosciuto Fibi, ne ha aperto uno a proprio nome. Alberta Pelino racconta questa storia per spiegare quanto la gestione del denaro incida sulla libertà personale. È una delle storie delle organizzazioni selezionate della decima edizione di Welfare che impresa!. Il programma, promosso da Fondazione Italiana Accenture con Intesa Sanpaolo, Fondazione Snam, Fondazione Conad, Unhate Foundation e Casa Ronald McDonald Italia, offre formazione e affiancamento a progetti sociali. Il 29 settembre sono state selezionate quattro delle dodici organizzazioni finaliste: Fibi, Develop-Players, Mabasta e MUDD. Abbiamo chiesto ai protagonisti che cosa sia cambiato durante il percorso.

Fibi, quando gestire i propri soldi significa poter scegliere

Alberta Pelino, fondatrice e amministratrice delegata di Fibi, ha lavorato per otto anni nella finanza a Londra. Il suo progetto si rivolge soprattutto alle donne per ridurre il divario economico di genere con corsi, una comunità di confronto e una piattaforma per gestire spese, risparmi e investimenti. «Tante donne ci raccontano che provavano ansia già solo ad aprire l’app della banca», spiega Pelino. Altre delegano al partner la gestione dello stipendio. «La conseguenza più grande, e per me la più importante, riguarda la libertà».

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Il percorso di capacity building di Welfare che impresa! ha aiutato Fibi a valutare i risultati dei corsi attraverso comportamenti osservabili: un conto aperto a proprio nome, un bilancio aggiornato, il primo investimento. Ha anche rafforzato la formazione per le aziende. Secondo Fibi, tra le prime cento partecipanti il 93% ha effettuato il primo investimento entro la fine del corso e l’88% ha aperto un fondo pensione. I 50.000 euro del grant erogato sosterranno attività gratuite, borse di studio e percorsi nei centri antiviolenza. Pelino distingue però la formazione dalle disuguaglianze strutturali: «Nessun corso può compensare uno stipendio che non c’è e non deve diventare un modo per chiedere alle donne di cavarsela meglio dentro un sistema che resta ingiusto».

Develop-Players, il gioco e il costo dell’accesso

Luca Formica, fondatore e amministratore delegato di Develop-Players, a Cesena, racconta che «tra i primi segnali di una potenziale difficoltà e l’accesso a una diagnosi e al supporto adeguato possono passare anni». Pesano liste d’attesa, costi e timore dello stigma. Develop-Players sviluppa videogiochi per professionisti che valutano le capacità cognitive dei più giovani e lavorano su attenzione, memoria e risoluzione dei problemi. Il gioco registra tempi e accuratezza delle risposte, offrendo informazioni utili al lavoro clinico, senza sostituirlo.

«Non vogliamo “correggere” le persone neurodivergenti, ma aiutarle a esprimere il proprio potenziale», precisa Formica. La progettazione tiene conto dei diversi modi di funzionare sul piano cognitivo, attraverso il confronto con bambini, famiglie e professionisti. Anche il costo per i professionisti limita l’accesso. «Il percorso ci ha aiutato a capire che, per rendere i nostri strumenti davvero accessibili, dovevamo ripensare anche il modello commerciale», racconta Formica. All’abbonamento è stata affiancata una formula che permette di pagare soltanto le sessioni utilizzate, utile anche a uno psicologo con pochi pazienti.
Il grant erogato di 40.000 euro servirà a raggiungere nuove cliniche, creare collaborazioni territoriali e accompagnare i professionisti nell’uso degli strumenti.

Mabasta, quello che succede dopo l’incontro in classe

Nel 2016 il professore Daniele Manni raccontò a una classe dell’Istituto tecnico Galilei-Costa di Lecce il tentato suicidio di una dodicenne vittima di bullismo e cyberbullismo. Tra gli studenti c’era Mirko Cazzato, che con i compagni fondò Mabasta, Movimento Anti Bullismo Animato da Studenti Adolescenti. Oggi ne è presidente. Il movimento conta oltre 110 volontari tra i 14 e i 17 anni e propone nelle scuole sei azioni di prevenzione, con studenti e insegnanti. Dopo dieci anni è emerso un problema: il dialogo tra coetanei apre un confronto, ma un incontro non garantisce continuità.

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Da qui “MabaVision: Oltre lo Schermo”, il progetto selezionato che prevede la Mabasta App, una piattaforma con contenuti e strumenti per studenti e docenti anche dopo gli incontri. Durante il programma il gruppo ne ha precisato funzioni, diffusione e sostenibilità economica. «Il cambiamento che produciamo è davvero difficile da dimostrare con i dati e tramite degli indicatori», riconosce Cazzato. Oggi il gruppo raccoglie osservazioni e questionari scolastici; l’app dovrebbe migliorare anche questa verifica.
Con i 15.000 euro del grant erogato Mabasta vuole aggiornare l’app e raggiungere almeno 2500 studenti in dieci scuole.

MUDD, il lavoro dentro il patrimonio culturale

A Napoli, chiese poco accessibili convivono con la difficoltà dei giovani a trovare lavoro. MUDD, Museo Diocesano Diffuso di Napoli, prova ad affrontare entrambe le questioni. È promosso dalla Chiesa di Napoli attraverso la Fondazione Napoli C’entro, anche sulla base dell’esperienza delle cooperative La Paranza e La Sorte. Francesco Trambarulo di MUDD racconta il museo diffuso tra chiese e complessi monumentali, con visite gratuite curate anche da giovani formati nell’accoglienza: «Ci siamo chiesti se queste due necessità potessero incontrarsi. Se fosse possibile restituire alla città il suo patrimonio e, attraverso questo, generare nuove opportunità per i giovani».

Nei percorsi formativi sono stati coinvolti 60 giovani; 19 hanno ottenuto un contratto con la cooperativa La Sorte. MUDD dichiara oltre 72.000 ingressi nei primi sette mesi del 2026, il 55% in più sul 2025. Le visite e i contratti descrivono risultati diversi, che vanno valutati separatamente. Il percorso di formazione e accompagnamento di “Welfare che impresa!” ha aiutato MUDD ad approfondire il proprio modello economico e la misurazione degli effetti sociali. «Ogni nuova apertura, ogni nuovo servizio e ogni nuovo inserimento lavorativo devono essere accompagnati da strumenti di valutazione dell’impatto», spiega Trambarulo.

Il grant erogato di 15.000 euro, insieme ad altre risorse, contribuirà a sostenere per un anno il lavoro di due giovani nel complesso di San Giovanni a Carbonara. L’obiettivo è rendere la gestione progressivamente autonoma. «Quando un giovane comincia a sentirsi responsabile di un luogo, quando scopre di poter raccontare la propria città e di essere parte di qualcosa che cresce, si genera un valore che va oltre il singolo posto di lavoro», osserva Trambarulo.

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Le possibilità e i limiti dell’innovazione sociale

Le scelte maturate durante il percorso raccontano qualcosa di importante sul lavoro delle organizzazioni sociali. Per Develop-Players, ad esempio, modificare il sistema di pagamento significa permettere anche ai professionisti con pochi pazienti di utilizzare strumenti altrimenti poco accessibili. È una decisione che riguarda il modello economico, ma incide direttamente sulla possibilità di raggiungere le persone. Il percorso di capacity building di Welfare che impresa! ha accompagnato le organizzazioni nell’affrontare questioni di questo tipo, attraverso formazione e confronto, aiutandole a valutare i risultati del proprio lavoro e a costruire condizioni di maggiore sostenibilità.

C’è però una questione più ampia che queste esperienze ci consegnano. Le organizzazioni sociali accumulano conoscenze preziose sui bisogni delle persone, sugli ostacoli che incontrano e sulle risposte che funzionano. Sono conoscenze che potrebbero contribuire anche a migliorare i servizi esistenti e le scelte delle amministrazioni pubbliche. Il valore dell’innovazione sociale dipende anche dalla capacità di far circolare ciò che si impara sul campo, evitando che ogni nuova iniziativa debba affrontare da sola difficoltà che altre organizzazioni hanno già imparato a conoscere.