Noi umani siamo davvero cattivi per natura? Il nuovo libro di Fabrizio Corgnati
Gli esseri umani sono naturalmente egoisti, violenti e malvagi oppure siamo predisposti al bene? Nel suo nuovo libro, Fabrizio Corgnati prova a ribaltare una delle convinzioni più diffuse sulla nostra specie.
Ho incontrato Fabrizio Corgnati per la prima volta in un piccolo giardino pubblico di Torino. Ci siamo seduti su una panchina e lui ha cominciato a raccontarmi il suo lavoro, il suo libro di quel momento, La fine del mondo (non) è vicina. Qui potete leggere quanto emerse da quella chiacchierata. Fu un incontro intenso, talmente intenso che Fabrizio poco tempo dopo iniziò a tenere una rubrica fissa sulle nostre pagine, World in Progress, per poi arrivare a propormi di scrivere la prefazione del suo nuovo libro, uscito proprio in questi giorni: Niente male. La natura buona dell’essere umano.
Un libro prezioso, oserei dire necessario. È così che ho scelto di aprire la mia prefazione. E non lo dico soltanto perché conosco e stimo Fabrizio, ma perché questo libro è arrivato in un momento in cui io stesso, dopo oltre tredici anni trascorsi a raccontare storie positive di cambiamento, ho cominciato a dubitare. Come scrivo nella prefazione, durante i miei viaggi attraverso l’Italia sono stato “travolto e sconvolto dalla bellezza umana, relazionale, ecologica, economica e sociale”.
Ho incontrato migliaia di persone che trasformavano i propri territori, contrastavano le mafie, inventavano nuovi modelli economici, ripensavano la scuola, l’agricoltura, le relazioni e il rapporto con la natura. Una scoperta che ha cambiato la mia vita e dalla quale è nata Italia che Cambia. Eppure, negli ultimi anni, di fronte alle guerre, alle crisi ecologiche e sociali e all’accentramento dei poteri, per la prima volta mi sono chiesto se non mi stessi sbagliando. Se alla fine il mondo non facesse davvero schifo. Sono forse un illuso? Poi è arrivato questo libro.

E se fossimo naturalmente predisposti al bene?
Nel suo nuovo saggio, Fabrizio Corgnati affronta una questione che accompagna da millenni la storia della filosofia: siamo buoni o cattivi per natura? La risposta che propone è sorprendente. La nostra specie, sostiene, non sarebbe affatto condannata all’egoismo e alla sopraffazione. Al contrario, gli esseri umani sarebbero naturalmente predisposti al bene, alla collaborazione, all’empatia e alla cura reciproca.
Per dimostrarlo, l’autore intreccia studi scientifici, neuroscienze, psicologia, antropologia, filosofia e storie realmente accadute. Mette in discussione alcune delle convinzioni più radicate nella cultura occidentale e prova a ribaltare la domanda che ci poniamo da sempre: anziché chiederci perché esista il male, perché non proviamo a comprendere perché esiste il bene?
Il libro non nega le atrocità di cui gli esseri umani sono capaci. Anzi, affronta anche episodi terribili, cercando di comprenderne le cause, le motivazioni e i meccanismi psicologici. Ma sostiene che dietro le azioni più distruttive possa esserci una ricerca distorta di qualcosa che viene percepito come un bene. È una prospettiva che può apparire provocatoria, soprattutto guardando ciò che accade quotidianamente nel mondo.
E allora ho chiesto a Fabrizio se, durante i quattro anni dedicati alla scrittura e alla ricerca, abbia mai dubitato di questa sua convinzione. «Mi è capitato di dubitare tutti i giorni. Questa convinzione non è aprioristica, non è una tesi decisa a tavolino alla quale poi devo adattarmi. Nasce fondamentalmente da una scelta: quella di non limitarsi a guardare ciò che non va nel mondo, ma guardare anche ciò che va. È la stessa scelta che ho fatto nel primo libro e che cerco di fare nella mia vita professionale e personale».
Non significa, precisa, negare i problemi o immaginare un mondo perfetto. «Non vorrei che venisse data una visione macchiettistica o banalizzante dell’ottimismo, come un’illusione di vivere in un mondo di arcobaleni e unicorni. Gli ottimisti, almeno quelli dotati di buon senso, sono perfettamente consapevoli di ciò che non funziona, però scelgono di metterlo in prospettiva, inserendolo all’interno di un contesto più grande in cui c’è anche il bello, c’è anche il bene e soprattutto ci sono delle soluzioni».

Il pericolo più grande? Smettere di credere che le cose possano cambiare
Ma se l’essere umano è naturalmente predisposto al bene, come interpretare quello che sta succedendo oggi? E quale rischio corriamo per il nostro futuro? La risposta di Fabrizio non riguarda tanto una specifica crisi, quanto il modo in cui reagiamo alle crisi. «Mi preoccupano particolarmente la sfiducia e la disperazione», mi spiega. «Se cadiamo nel rischio di dire che ci sono un sacco di cose che non vanno, che ci sono situazioni potenzialmente pericolose, che un vecchio paradigma sta venendo meno e quindi siamo condannati e non c’è più nulla da fare, quella rischia di diventare una profezia che si autoavvera».
Un meccanismo che, secondo Fabrizio, viene alimentato anche dal racconto mediatico dominante, concentrato soprattutto sui problemi, sui timori e sugli scenari apocalittici. A preoccuparlo è soprattutto la convinzione, diffusa anche tra i giovani, che non esista più una via d’uscita. Che di fronte al cambiamento climatico, alle guerre e alle altre crisi globali il destino dell’umanità sia già segnato.
«Se passa il concetto che non c’è più nulla che possiamo fare, il risultato è che non faremo nulla e quindi non metteremo in campo le soluzioni che invece abbiamo a portata di mano. Questo non significa che sia facile: dobbiamo impegnarci, dobbiamo metterci tutto quello che abbiamo. Ma l’essere umano ha dato prova, in centinaia di migliaia di anni di evoluzione, di saper creare un sacco di problemi e anche di saper trovare le soluzioni, persino ai problemi che lui stesso ha creato». È una riflessione che sento particolarmente vicina. Perché raccontare le esperienze di cambiamento non significa sostenere che tutto vada bene, bensì constatare e poi mostrare che esistono alternative e che possiamo contribuire a realizzarle.
Se vogliamo costruire un mondo migliore. molto dipende anche da quello che facciamo noi tutti i giorni
Una terza via tra negazionismo e disperazione
È proprio questa una delle ragioni che hanno spinto Fabrizio a scrivere il libro. Restituire speranza a chi l’ha persa o a chi è tentato di credere che la nostra specie sia capace soltanto di distruggere. Secondo l’autore, il dibattito pubblico contemporaneo è sempre più polarizzato. Da una parte c’è chi minimizza o nega l’esistenza dei problemi, dall’altra chi ne riconosce la gravità ma finisce per considerarli insormontabili.
«Io invece voglio cercare, tramite questo libro, di aprire una terza via: essere consapevoli che il problema esiste, certo, ma essere consapevoli che esiste pure la soluzione. Perché lo abbiamo fatto, lo stiamo facendo, lo facciamo da quando esistiamo noi esseri umani. Dobbiamo metterci molto del nostro per farle andare bene, ma abbiamo la chiave per poterlo fare. Quindi rimbocchiamoci le maniche e invece di piangerci addosso diamoci da fare, perché se vogliamo costruire un mondo migliore, molto dipende anche da quello che facciamo noi tutti i giorni».
Il bene va allenato. Come la biofilia
C’è un aspetto del libro che mi ha colpito particolarmente e che ho voluto approfondire nella prefazione: il parallelismo tra la nostra predisposizione morale e la biofilia, tema al quale sto dedicando una parte importante del mio lavoro negli ultimi anni. La biofilia è la capacità innata degli esseri umani di amare la vita, in ogni sua forma. Ma è appunto una predisposizione, che deve essere stimolata e coltivata. Se cresciamo lontani dalla natura, circondati da cemento e asfalto, senza conoscere le altre forme di vita e imparare a relazionarci con loro, questa capacità rischia di rimanere latente.
Allo stesso modo, secondo la ricostruzione di Fabrizio Corgnati, anche la nostra predisposizione morale deve essere allenata, educata e sviluppata. Diventano allora centrali la scuola, la famiglia, le relazioni, ma anche le narrazioni che ci attraversano ogni giorno. Media, cinema, libri e social network contribuiscono a formare il nostro sguardo sul mondo e sugli altri. Ed è anche per questo che il giornalismo costruttivo, che prova a raccontare non soltanto i problemi ma anche le soluzioni e i processi di cambiamento in atto, può svolgere un ruolo importante.
Ho chiesto a Fabrizio se quattro anni trascorsi a studiare il bene e il male abbiano cambiato il suo modo di comportarsi con gli altri, soprattutto nei momenti di conflitto. «Ci provo», mi ha risposto. «Nel libro cerco di dare una visione molto coerente, ma io non sono così granitico e incrollabile nella mia vita quotidiana. Sono un essere umano anch’io, con tutte le mie fragilità, i miei dubbi, i miei momenti di disperazione, di rabbia e di insofferenza. Però ci provo, perché secondo me è la strada giusta».

La sua convinzione è che dalla contrapposizione e dallo scontro non possa nascere altro che un’ulteriore spirale di odio e violenza. Per interromperla occorre provare ad alimentare l’incontro, la comprensione reciproca e la disponibilità all’ascolto. Un’impresa tutt’altro che facile, soprattutto quando chi abbiamo di fronte è ostile o aggressivo. «Se cominciamo a rivolgerci alle persone mostrando apertura, un sorriso, la voglia di ascoltare e la disponibilità a comprenderle, avremo sicuramente più probabilità che dall’altra parte ci si apra invece che ci si chiuda».
Fabrizio Corgnati mi racconta anche una frase letta tempo fa, che non ha inserito nel libro perché la considera forse troppo assoluta, ma che continua a tornargli in mente: «Ogni comunicazione umana o è un gesto d’amore o è una richiesta d’aiuto». «Non sono sicuro che sia sempre così, però mi piace pensare che in molti casi lo sia. Se la persona di fronte a te non ti sta esprimendo amore, forse in un certo senso, magari distorto, goffo o disfunzionale, sta cercando di chiederti aiuto».
Un modo diverso di guardare chi ci ferisce, ci insulta o ci tratta male. «Penso che anche da questi piccoli gesti nasca un mondo più buono, con più bene e meno male. Un piccolo gesto di gentilezza può diventare contagioso e spingere quella persona a fare a sua volta un gesto di gentilezza. E così, poco alla volta, ci ritroviamo in un mondo più gentile». Non so se in futuro riuscirò a non cedere nuovamente allo sconforto. Ma so che, dopo questo libro, ho molte più ragioni per continuare a cercare e raccontare la bellezza che anima il mondo, fuori e dentro di noi.








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