Il suolo: il grande dimenticato
Alla base di ogni giardino c’è il suolo. Un elemento che spesso resta invisibile, mentre da lì dipendono la salute delle piante, la qualità dell’acqua, la forza delle radici e il nostro rapporto con la terra.
Il suolo è il grande dimenticato del giardinaggio. Guardiamo le piante, i fiori, i frutti, il prato, la forma di un giardino. Parliamo di bellezza, di “resa”, di raccolti, di fioriture. Ma dimentichiamo che tutto parte dalla terra su cui camminiamo e in cui la natura mette radici. Il “problema” è che il suolo non “si vede” e sembra che non renda. Appare fermo, silenzioso, secondario. In realtà è ciò che ci permette di camminare, di mettere a dimora una pianta, di costruire un giardino, di far vivere un prato, un albero, una siepe, un fiore.
Se il suolo è sano, tutto quello che viene dopo ha più possibilità di funzionare. Se il suolo è stato compattato, coperto, spostato, impoverito o trattato come semplice materiale da riempimento, anche la pianta più bella parte già in difficoltà. Un buon suolo è come la scuola elementare e media prima dell’università. Possiamo anche andare direttamente a una lezione universitaria, ascoltare, parlare, dire la nostra senza aver frequentato le scuole di base. Ma con quale preparazione arriviamo? Nel giardino accade la stessa cosa. Se trascuriamo il suolo, saltiamo la preparazione di tutto quello che verrà dopo.
La terra del luogo
Ogni luogo ha la sua terra. Cambia il colore, cambia la consistenza, cambia il profumo. La terra della Garfagnana è diversa da quella di Firenze, quella del Lago Maggiore è diversa da quella di altri territori. Per questo bisognerebbe avere molto rispetto della terra che troviamo. Spostarla, portarla via, sostituirla, coprirla con materiali che arrivano da altrove significa interrompere una storia. La terra del luogo ha già dentro di sé una relazione con il clima, con l’acqua, con le piante che sono cresciute lì, con gli animali, con il tempo.

Molti problemi nascono quando interveniamo senza leggere questa storia. Facciamo movimenti terra, passano tubazioni, cavi, strade, sentieri. Poi ricopriamo tutto con altra terra, magari presa da un luogo diverso, e dopo qualche anno ci accorgiamo che c’è ristagno d’acqua, che le piante faticano, che il prato non risponde. Non a caso “movimentare terra” da un luogo a un altro va regolamentato e senza criterio è persino vietato. Eppure spesso accade. Il campanello d’allarme di un suolo non sano è il ristagno dell’acqua. Quando questo fenomeno si manifesta, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo cambiato. Dove abbiamo compattato. Dove abbiamo interrotto il respiro del suolo.
Quando il suolo è stato abusato
Ci sono terreni che hanno bisogno di tempo. Se un suolo è stato sfruttato a lungo con prodotti chimici o lavorazioni pesanti, la prima cura può essere il riposo. Lasciarlo fermo, lasciarlo coprire dall’erba, permettere agli apparati radicali di ricominciare a lavorare. In certi casi servono anni. Tre, cinque, a volte il tempo necessario perché la vita torni a muoversi. Le erbe che ricrescono non sono soltanto disordine. Sono radici che entrano nella terra, la attraversano, la aprono, la nutrono. Sono una prima forma di rigenerazione.
Dopo si può intervenire con delicatezza. Muovere la terra senza stravolgerla. Lavorare la parte superficiale, quella in cui le radici giovani possono trovare spazio, aria, acqua. La vecchia vangatura aveva anche questo senso: arrivare a venti, venticinque centimetri, dare aria, far entrare luce, freddo, pioggia, neve, grandine, senza ferire in profondità. La terra va risvegliata, non violentata. Deve prendere sole, acqua, freddo. Deve tornare a respirare. In questo modo può rigenerarsi e offrire alle piante una base più viva.
Camminare, fermarsi, abbassarsi, prendere un po’ di terra tra le dita, sentirne l’umidità, la consistenza, il peso, è già un modo per capire dove siamo
Togliere asfalto, restituire respiro
Oggi si parla sempre più spesso di depavimentazione. Ed era ora. Togliere asfalto, cemento, superfici impermeabili significa restituire respiro alla terra. Significa permettere all’acqua di entrare, alle radici di muoversi, alla temperatura del suolo di cambiare. La natura ha una forza enorme. Anche sotto l’asfalto, in qualche modo, continua a lavorare. Lo vediamo nelle crepe, nei bordi delle strade, nelle piante che trovano un passaggio dove sembrava impossibile. Ma se vogliamo ragionare in tempi umani, dobbiamo aiutarla togliendo ciò che la soffoca. Un giardino comincia anche da qui: da quanto suolo lasciamo libero. Da quanta terra può ricevere acqua, rugiada, foglie, semi. Da quanto spazio lasciamo alle radici.
Toccare, annusare, camminare
Per recuperare un rapporto con il suolo bisogna tornare a toccarlo. Sembra una cosa semplice, ma molti di noi hanno perso questa abitudine. Guardiamo la terra, la fotografiamo, magari la compriamo in un sacco, però la tocchiamo poco. E invece dobbiamo riscoprire che la terra non sporca le mani, anzi ci riporta dentro una relazione. Ogni luogo ha un odore diverso, un profumo diverso.
Camminare, fermarsi, abbassarsi, prendere un po’ di terra tra le dita, sentirne l’umidità, la consistenza, il peso, è già un modo per capire dove siamo. Quando passeggiamo, dovremmo farlo anche con gli occhi e con le mani, lasciando per qualche minuto il telefono. Guardare dove mettiamo i piedi. Vedere cosa cresce spontaneamente. Capire se il terreno è duro, friabile, se trattiene acqua, se è vivo, se è stato compresso. Se possibile, camminare a piedi nudi.

La terra e l’ammendante
Negli ultimi anni abbiamo anche confuso la terra con ciò che compriamo nei sacchi. Molti prodotti venduti come terricci o ammendanti hanno una loro funzione, ma non sono la terra del luogo. Sono materiali lavorati, raccolti, trasformati, insacchettati, trasportati. Possono servire in piccole quantità, per alleggerire o miscelare, ma non possono sostituire la terra viva.
La terra vera ha un’altra storia. Ha dentro il luogo da cui proviene. Ha una relazione con il clima, con l’acqua, con le piante, con la decomposizione delle foglie, con il tempo. Quando mettiamo una pianta in vaso dovremmo ricordarcelo. Anziché comprare prodotti industriali, per la quantità necessaria a un vaso potremmo anche andare nel bosco più vicino o in un campo abbandonato e portarci a casa un po’ di terra vera, chiedendo l’autorizzazione quando necessario. Poi serve un contenitore giusto, meglio se in terracotta, un buon drenaggio, materiali che permettano all’acqua di passare e alla pianta di respirare.
Il suolo ci chiede quindi di abbassare lo sguardo, prima di scegliere la pianta, il fiore, il prato. Ci chiede di capire dove siamo. Ecco perché un giardiniere dovrebbe cominciare da lì. Dalla terra che ha sotto i piedi, dal modo in cui si apre o si chiude, dal modo in cui accoglie una radice.
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