A Pantelleria c’è una sartoria sociale che accoglie persone e tiene vive le tradizioni artigiane
Turisti, migranti, giovani, anziani: ogni persona è benvenuta alla sartoria sociale di Pantelleria, per partecipare a un laboratorio di cucito o semplicemente scambiare quattro chiacchiere e sentirsi parte di una comunità.
Da decenni l’isola di Pantelleria è un hotspot cruciale per le rotte migratorie del Mediterraneo. Un miraggio per migliaia di persone che intraprendono viaggi disperati in cerca di una vita migliore, ma anche un punto d’incontro fra mari, fra continenti, fra culture, fra vari tipi di umanità. È in questo crogiuolo che – sicuramente non per caso – è nata una sartoria sociale che da qualche anno si dedica tanto alle attività artigianali e tradizionali quanto all’inclusione, all’ascolto e all’accoglienza.
Il progetto della sartoria sociale è stato ideato da Sarina Alba Marino, già presidente di Dai un sorriso Odv, con il supporto di un piccolo e tenace gruppo di volontarie che ogni giorno si riunisce nel piccolo laboratorio di via Giovanni Bovio 15, nei pressi del porto. Le donne danno una mano non solo a condurre laboratori creativi e attività sartoriali, ma anche ad ascoltare, consigliare e aiutare chi bussa alla loro porta per trovare un punto fermo e solidale.
Lo spazio fisico della sartoria è molto piccolo, ma allo stesso tempo colorato, accogliente e familiare. Ovunque spuntano souvenir: manufatti sartoriali realizzati da volontari e corsisti la cui vendita permette al progetto di sartoria sociale di sopravvivere, come ci racconta la signora Marino, a cui ho rivolto qualche domanda per saperne di più.

Quando e come nasce il progetto di sartoria sociale?
Il progetto della sartoria sociale nasce nel 2021 grazie a un bando Fondazione con il Sud, che ha permesso di trasformare in realtà un mio grande desiderio. Il finanziamento iniziale ha coperto le prime spese strutturali, mentre io ho investito direttamente per l’acquisto delle macchine da cucire e delle attrezzature fondamentali. La spinta decisiva è arrivata dalla mia esperienza nell’associazione di volontariato Dai un sorriso, con la quale sono da sempre impegnata nel sociale e nella cultura della condivisione.
Cosa significa creare una sartoria sociale su un’isola come Pantelleria?
Creare una sartoria sociale in questo contesto è una risposta al bisogno primario di avere un punto di riferimento inclusivo. L’isola, per sua natura, vive dinamiche di isolamento: la sartoria vuole essere un “porto sicuro” e, come l’ha definita qualcuno, un faro per navi alla deriva. È un luogo d’incontro trasversale che accoglie turisti, immigrati, persone senza fissa dimora o semplicemente chiunque abbia bisogno di scambiare due parole dinanzi a un caffè.
Quali sono le criticità e i benefici nella gestione del progetto?
Le aspettative della vigilia hanno trovato risposta nella ricchezza delle relazioni umane formatesi, ma non sono mancate le difficoltà pratiche. Il beneficio principale risiede nell’intreccio di storie di vita tra giovani, adulti e anziani, capaci di creare legami profondi e affrontare insieme i problemi. Le criticità sono invece di natura economica e gestionale: la struttura si sostiene autonomamente pagando affitto, utenze e materiali grazie alle riparazioni sartoriali e alla vendita di articoli artigianali come borse e cestini realizzati dai volontari. La carenza di volontari permanenti e la mancanza di contributi fissi rendono la quotidianità complessa.

Come si svolge una giornata tipo all’interno della sartoria sociale?
La vita all’interno della sartoria è dinamica e mai uguale a se stessa. Le giornate si alternano tra laboratori ricreativi, lavori di manifattura per i clienti e momenti dedicati all’accoglienza.
Chi frequenta la sartoria?
Il pubblico che la frequenta è estremamente variegato: giovani e bambini coinvolti in attività formative, doposcuola e laboratori artistici per esprimere la propria creatività; donne e madri immigrate, accompagnate nei percorsi di integrazione all’interno del tessuto sociale dell’isola; persone in percorsi di giustizia riparativa, giovani con procedimenti penali che svolgono lavori di pubblica utilità apprendendo un mestiere in un ambiente protetto; anziani e turisti, i primi per trasmettere competenze tradizionali, i secondi per sostenere il progetto e condividere esperienze.
In cosa consistono i laboratori da organizzati?
I laboratori proposti coprono diverse tecniche manuali: cucito, tessitura su telaio con intrecci solidali, patchwork, ricamo, pittura su stoffa, uncinetto e persino decorazione di sedie in legno. Con il coinvolgimento di street artist sono stati inoltre realizzati murales per riqualificare spazi ed esprimere i bisogni dei giovani.
Creare una sartoria sociale in questo contesto è una risposta al bisogno primario di avere un punto di riferimento inclusivo
Ha accennato alla carenza di contributi fissi. Come definisce il rapporto di collaborazione con le istituzioni pubbliche?
La collaborazione con le istituzioni si concretizza soprattutto nel lavoro svolto con le scuole del territorio, con cui negli anni sono stati avviati percorsi per trasmettere a studenti e studentesse gli antichi mestieri manuali.
Immagino che la raccolta fondi per sostenere il progetto della sartoria sociale avvenga attraverso altre vie come l’organizzazione di eventi pubblici, soprattutto estivi.
Tra le iniziative estive e gli eventi pubblici organizzati per favorire la socializzazione, le attività svolte nei mesi scorsi hanno puntato a rafforzare la partecipazione comunitaria, integrando momenti creativi, sensibilizzazione e raccolta fondi per sostenere le spese di gestione.
Vuoi approfondire?
Leggi anche la storia della Sartoria Sociale Al Revés di Palermo.








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