Progetto VIHTA: due settimane da abitante della Valle Soana per scoprire cosa significa abitare la montagna
Per due settimane la nostra Daniela Bartolini ha partecipato a VIHTA, una residenza temporanea in Valle Soana, in Piemonte. Un’occasione per conoscere un territorio che prova a contrastare lo spopolamento attraverso nuove imprese, servizi, collaborazione e comunità. Ecco com’è andata.
«Allora, è stata una bella esperienza?». Negli ultimi giorni mi hanno posto spesso questa domanda. La risposta immediata è sempre stata «sì, bellissima». Un po’ come quando qualcuno ti chiede «come stai?» e rispondi «bene»: una risposta vera e insieme troppo piccola per contenere quello che senti e che avresti da raccontare. A un certo punto, anche la parola esperienza ha aperto uno spazio di scomodità. Viviamo in un tempo in cui cerchiamo continuamente nuove esperienze, le accumuliamo, passiamo da un luogo all’altro. E invece il progetto a cui ho partecipato porta nel nome un invito diverso, VIHTA, nel patois francoprovenzale locale, significa infatti “stai”.
Proprio dentro quell’invito ho ritrovato la chiave per recuperare la parola “esperienza”, intesa nel suo senso etimologico come sperimentazione: provare, conoscere attraverso ciò che si vive, entrare in qualcosa di cui ancora non si sa l’esito. Per due settimane ho fatto parte di un esperimento collettivo sull’abitare la montagna in Valle Soana. Un tentativo che si inserisce in un percorso già avviato e apre nuove possibilità, una residenza temporanea che non ha l’ambizione di risolvere il problema dell’abitabilità, ma permette di iniziare e darsi il tempo di comprendere che cosa può nascere.
Due settimane in valle
Sono stata in valle dal 20 settembre al 4 ottobre, vivendo e lavorando a Ronco Canavese, ai piedi del Gran Paradiso. Due settimane sono poche per conoscere un territorio, figuriamoci per dire di abitarlo. Eppure quello che abbiamo vissuto è stato un acceleratore, una residenza temporanea abbastanza intensa da permetterci di entrare un poco nella vita del luogo, di avvicinarci alle sue domande, di cominciare a riconoscere le persone e le relazioni che lo tengono insieme.

La misura di quel tempo per me è anche nel rumore del torrente Soana, che sentivo uscendo sulla terrazza della casa condivisa. O nel passaggio delle mucche e delle pecore che, in quei giorni di transumanza, scendevano dai pascoli alti verso valle. Mentre noi arrivavamo, qualcun altro se ne andava, seguendo ritmi che precedevano il nostro calendario e che continueranno dopo la nostra partenza. Dai margari a chi passa qui la metà più facile dell’anno, prima che il gelo ghiacci i tubi che portano acqua alle abitazioni. Era già un modo per imparare a stare accorgendosi della vita dentro cui eravamo entrati.
Il progetto VIHTA, di cui abbiamo già parlato in diversi articoli pubblicati nei mesi scorsi, è una residenza di lavoro e abitazione condivisa organizzata da Comunità Sassifraga APS con il sostegno dei Comuni di Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana e insieme a una rete di nuove realtà locali. Alla chiamata hanno risposto 762 persone da 39 Paesi e quattro continenti, ne sono state selezionate 45.
Alcune, come me, hanno partecipato per due settimane, dando il cambio il 4 ottobre a un nuovo gruppo. Otto sono rimaste per l’intero mese, dal 20 settembre al 18 ottobre. Numeri che raccontano un interesse, ma anche, come ha osservato Maria Burro, project manager di VIHTA, un bisogno: poter provare che cosa significhi vivere in montagna, avendo qualcuno con cui cominciare a parlarne.
Nel gruppo che ho incontrato c’erano competenze molto diverse e una sorprendente disponibilità a metterle in comune. Persone interessate alle terre alte, all’abitare collaborativo, alla ricerca ambientale, alla progettazione territoriale. La sintonia è arrivata presto, insieme a una qualità che abbiamo chiamato “curiosità rispettosa”. Un modo per descrivere il desiderio di conoscere senza invadere, di fare domande lasciando spazio alle risposte. Il confronto sul futuro della valle è cominciato quasi subito, anche ai tavolini dei bar, e ha accompagnato le nostre giornate di lavoro.
Cosa abbiamo fatto?
Le case erano distribuite in luoghi diversi, da Ronco alle borgate e ai centri dell’alta valle. Questo rendeva visibili anche le differenze della quotidianità. A Ronco ci sono il forno, l’alimentari, la farmacia, la posta, bar e ristoranti, mentre altrove i servizi sono più distanti e gli spostamenti pesano di più. Gli spazi di coworking predisposti dai Comuni, con connessioni veloci, ci permettevano di continuare le nostre attività professionali da ogni luogo di residenza. Intanto condividere un’abitazione con persone appena conosciute ci chiedeva di trovare accordi, tempi e abitudini comuni. L’abitare prendeva forma anche lì.

Il vero acceleratore dell’esperienza e di conoscenza è stato il programma di attività, in parte preparato dagli organizzatori mentre un’altra parte aspettava di prendere forma attraverso “Prenota un abitante”, un invito rivolto a chi vive qui a proporre un momento da condividere con noi. Una piccola incognita anche per chi l’aveva ideata che ha superato le aspettative. Tra escursioni per ascoltare il bramito dei cervi, una merenda sinoira – il tradizionale pasto piemontese a metà fra merenda e cena – o un caffè, abbiamo conosciuto storie, legami e modi diversi di appartenere a questo territorio.
Abbiamo imparato a conoscere la valle attraverso la voce di chi ne custodisce la lingua e lo sguardo di chi ne studia le trasformazioni, nella lezione di patois, con le donne dell’associazione Lo cher in Val Soana nei loro abiti tradizionali e nel laboratorio sul campo con AltraQuota, nel vallone di Forzo, dove le misurazioni di portata del torrente alimentato dal ghiacciaio Ciardoney ci hanno aiutato a osservare gli effetti locali del cambiamento climatico.
Siamo entrati così in relazione con la montagna anche imparando a riconoscere ciò che cambia, le trasformazioni. E mentre gli abitanti ci facevano spazio, nascevano anche fra noi nuove proposte: camminate, arrampicate, momenti insieme e altre occasioni per continuare a conoscerci. Il programma cresceva con le relazioni che rendeva possibili.
Un lavoro di comunità
Tutta questa intensità ha però un “prima” e scoprirlo è stata una delle parti più interessanti del nostro stare in valle. La nostra presenza era un passaggio di un lavoro iniziato anni fa, in cui i tre Comuni avevano scelto di ragionare insieme sul futuro della valle. Anche l’accoglienza ricevuta, così aperta e tutt’altro che scontata, ha acquistato un senso più profondo: dietro la grande disponibilità a incontrarci che ha scardinato lo stereotipo della valle chiusa, c’era una comunità che da tempo si interrogava sul proprio futuro e aveva contribuito a immaginarlo.
Lorenzo Giacomino, sindaco di Ronco Canavese, e Francesco Bozzato, sindaco di Valprato Soana, ci hanno raccontato come i tre Comuni avessero scelto di ragionare insieme sul futuro della valle, intrecciando il recupero degli edifici con le opportunità di lavoro, i servizi e l’accoglienza turistica. A partire dalla fine del 2021 avevano lavorato al progetto “La Valle che sarà”, candidato al Bando Borghi del PNRR. Quella candidatura non ottenne il finanziamento, ma il lavoro avviato trovò un altro sostegno nel marzo 2022 grazia a Fondazione Compagnia di San Paolo che finanziò, attraverso il bando Next Generation We, il progetto G.IO.VA.N.I., dedicato alla rigenerazione culturale, economica e sociale della Valle Soana.

Quel contributo permise di continuare a progettare iniziative – dal recupero della fucina del rame alle ricerche dell’Università di Torino sulle risorse del territorio – in un percorso di confronto con la comunità accompagnato da Ideazione, società che si occupa di sviluppo territoriale. Fra il 2022 e il 2023 furono coinvolti abitanti stabili e temporanei, operatori, proprietari di seconde case e persone emigrate che avevano mantenuto un legame con la valle. Ci si incontrò per riconoscere le risorse presenti, mettere a fuoco le difficoltà e immaginare insieme una direzione. Da quel lavoro nacque il Piano strategico di sviluppo turistico e territoriale, redatto da Ideazione e approvato dai tre Comuni nel 2024.
È stato proprio Aldo Buzio di Ideazione ad aiutarci a riconoscere il filo fra quel lavoro e le possibilità aperte oggi: mettere in relazione le persone, le attività economiche, i servizi e gli spazi da recuperare. Un processo cresciuto nel tempo, attraverso la fiducia e il confronto, di cui anche la nostra presenza è diventata un piccolo passaggio.
APICE è arrivato successivamente, inserendosi in questo cammino e aprendo un nuovo capitolo. Con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, la valle ha lavorato a un Piano di Azione per l’Abitabilità, affiancando alla prospettiva turistica la domanda: quali condizioni possono permettere a qualcuno di restare, tornare o scegliere di vivere qui? Il lavoro sulle case, sui servizi e sulle possibilità di insediamento si è così intrecciato con l’accompagnamento alle nuove imprese, curato da Réseau Entreprendre Piemonte attraverso formazione, tutoraggio e mentoring, con il coordinamento strategico di Ideazione, contribuendo a far nascere realtà capaci di lavorare su quelle condizioni e, con loro, la stessa residenza VIHTA.
Per noi tutto questo ha preso il volto delle persone che ci hanno accolto e hanno animato le nostre giornate. Le realtà nate attraverso il percorso di incubazione di APICE sono quelle con cui abbiamo condiviso incontri, attività e conversazioni sul futuro della valle. Conoscendole, abbiamo scoperto che i primi nuovi abitanti sono proprio alcuni dei giovani che le animano. Per diversi di loro questo sarà il primo inverno in valle.
Comunità Sassifraga APS lavora sulla cultura e sull’incontro e ha organizzato la residenza e il festival MontagneOltre; AltraQuota si occupa di ricerca e monitoraggio ambientale, con il progetto di recuperare l’ex scuola di Tressi e farne, insieme ad altre associazioni, un piccolo centro di ricerca; la cooperativa Radìs si dedica ai servizi educativi per le famiglie attraverso Sohana-Asilo con radici, a Valprato accogliendo bambini nelle fasce 0–3 e 3–6 anni e offrendo anche doposcuola e altre attività educative.

Insieme Valle Soana sviluppa servizi di comunità, dalla manutenzione alla cura degli spazi e al supporto alla vita quotidiana, mentre Living Valle Soana lavora sull’ospitalità diffusa e sulla valorizzazione degli immobili. Maria Burro, media strategist e cultural planner, che ha scelto di mettere la sede della sua azienda a Valprato Soana, nella casa di famiglia in cui ha passato tutte le estati e due inverni in pandemia. Al gruppo si è aggiunta Mara Dadone, Communication e Destination Manager della valle, che si occupa della comunicazione del progetto VIHTA insieme a Maria Burro.
Conoscendole è diventato più chiaro anche il senso del lavoro fatto negli anni dalle amministrazioni. Qui i Comuni hanno realizzato strutture poi affidate in gestione – come alberghi e spazi di ristorazione, persino un distributore di carburante – dopo che l’alluvione aveva distrutto quello esistente. Ma recuperare un edificio è solo una parte del lavoro: a dargli vita sono le persone che lo frequentano, le attività che vi trovano spazio, i servizi che rispondono ai bisogni della comunità e le relazioni che nascono attorno a esso.
Quelle che stanno mettendo radici nel territorio sono attività diverse che hanno trovato nella collaborazione una possibilità di crescere insieme. Maria Burro ci ha raccontato quanto questa alleanza fosse tutt’altro che scontata. Durante il percorso di incubazione erano potenziali concorrenti per ottenere il finanziamento, ma lavorando fianco a fianco si sono riconosciute in un obiettivo comune e hanno scelto di continuare insieme. La residenza nasce anche da questa scelta. Nelle persone che ci hanno accolto abbiamo ritrovato domande vicine alle nostre, già tradotte in decisioni concrete, responsabilità e lavoro. E nelle attività condivise durante queste settimane potevamo vedere quella collaborazione prendere forma.
Il nodo delle case
Il tema delle case è emerso presto. In una valle che vuole attrarre abitanti, trovare un alloggio in affitto o in vendita può essere difficile, anche quando molti edifici rimangono vuoti per lunghi periodi. Le seconde case custodiscono radici familiari, ritorni estivi, legami con chi vive altrove, anche in Francia. Altri immobili hanno situazioni proprietarie difficili da ricostruire, successioni irrisolte, molti eredi. La disponibilità apparente di un edificio non coincide con la possibilità concreta di abitarlo.

Le amministrazioni hanno scelto di partire da una mappatura e dal coinvolgimento dei proprietari. Aldo Buzio ha raccontato la raccolta di candidature che ha fatto emergere dieci case e i laboratori in cui proprietari, nuove imprese e partecipanti ad APICE si sono incontrati, hanno visitato gli immobili e ragionato sui possibili utilizzi. Un lavoro di fiducia, prima ancora che immobiliare. Nel frattempo i Comuni stanno affrontando anche la questione dei cosiddetti beni silenti, cercando strumenti per intervenire su patrimoni bloccati e a rischio di degrado.
In questo cammino si inserisce il portale Abitare in Valle Soana, presentato durante la residenza. Riunisce immobili disponibili, servizi, nuove imprese, esigenze e opportunità del territorio. Offre un orientamento a chi sta pensando di arrivare: dove cercare casa, su quali risorse contare, quali bisogni potrebbero incontrare le proprie competenze. Rendere accessibili queste informazioni significa cominciare a dare una risposta concreta a domande che altrimenti restano affidate ai contatti personali.
Durante il confronto conclusivo delle nostre due settimane abbiamo lavorato in piccoli gruppi su ciò che avevamo osservato: punti di forza, mancanze, possibili traiettorie. E ci è capitato di scoprire che alcune delle cose che immaginavamo erano già presenti o in preparazione. Penso alle strutture comunali recuperate o in recupero, ai servizi, al lavoro sulle risorse forestali e alle prospettive di filiera legate al legno. È stato un momento prezioso anche per ridimensionare il nostro sguardo: chi arriva può portare idee e aiutare a vedere qualcosa di nuovo, ma deve anche imparare a riconoscere il lavoro che trova.
Riabitare la valle, del resto, richiede molti mestieri. Il lavoro da remoto ha reso possibile la nostra presenza, ma la vita quotidiana ha bisogno anche di chi alleva, coltiva, cura le persone, mantiene le strade e gli edifici. Abbiamo incontrato margari molto giovani, impegnati con gli animali e i pascoli. Tra noi c’era Alessandro, osteopata, che ha lavorato anche durante la residenza e mi ha raccontato l’incontro con corpi segnati da attività manuali, con esigenze diverse da quelle che incontra tra chi passa le giornate al computer. Presenza che riportava le nostre riflessioni alle necessità concrete di una comunità.
E poi c’è una domanda che ci ha accompagnato fino al festival: chi è, oggi, un abitante? La residenza anagrafica ci dice qualcosa, ma non racconta tutta la vita di un luogo. Abbiamo conosciuto persone che trascorrono qui metà dell’anno e altrove gli altri mesi, continuando a essere presenze fondamentali. Chi torna, chi mantiene una casa, chi partecipa alle associazioni, chi porta un’attività o un servizio contribuisce in modi diversi. Anche il nostro stare temporaneo apriva una domanda sulla reciprocità: che cosa riceviamo da un territorio e che cosa possiamo portare, quali relazioni siamo disponibili a coltivare dopo essere ripartiti?

Dal 2 al 4 ottobre queste domande sono entrate negli incontri di MontagneOltre, che ha concluso la prima metà di VIHTA mentre cominciava il secondo periodo della residenza. Il festival ha portato a Ronco persone, voci e sguardi diversi sulle terre alte. Tommaso Ferrucci, all’apertura, ha raccontato la scelta di trasferirsi qui cercando un nuovo equilibrio fra vita e lavoro e un contesto capace di accogliere un progetto culturale. Il desiderio è far vivere la valle durante tutto l’anno e riconoscerla anche come luogo in cui la cultura si crea.
Negli incontri si è parlato di cambiamento climatico, convivenza con lupo e orso, agricoltura montana e sistemi del cibo, di altre montagne e delle narrazioni con cui guardiamo alle nostre. Nel dialogo “Oltre l’Ospite” hanno preso parola persone del territorio; la domenica, con “Dallo stare al restare”, il tema dell’abitare ha raccolto anche le riflessioni nate durante VIHTA. Il turismo attraversava questi discorsi come una possibilità economica importante, da mettere in relazione con i servizi, il lavoro e la vita di chi rimane, in una sintonia rispettosa lontana dalle immagini di altre alpi invase e predate.
Intanto il paese si riempiva. Sono arrivate tante persone, molti giovani, alcuni con le tende negli spazi dedicati. C’erano laboratori, camminate, bambini, musica e incontri che continuavano fuori dagli appuntamenti. Sabato la Pro Loco ha preparato una cena per quasi duecento persone. È stata una grande festa e per me una delle immagini più vive di quelle settimane. Persone che avevamo imparato a conoscere e persone appena arrivate, sedute insieme, dentro un paese che stava provando a immaginare il proprio futuro.
L’entusiasmo però non cancella le difficoltà: lo spopolamento continua, i servizi richiedono cura, i progetti hanno tempi lunghi e l’inverno sarà una prova importante per chi ha scelto di stabilirsi qui. Due settimane intense, accompagnate da tante occasioni di incontro, non bastano a conoscere la quotidianità di un anno. Ma possono far nascere domande più concrete e relazioni da cui proseguire. Possono aiutare qualcuno a capire se tornare, qualcuno a trovare una collaborazione e chi già vive in valle a raccogliere uno sguardo diverso sul proprio territorio.
Allora sì, è stata una bellissima esperienza. E chiamarla così mi sembra ancora poco, se la parola finisce per chiudere tutto nel ricordo di qualcosa che abbiamo fatto. Mi porto via il suono del torrente, le conversazioni, le persone che si preparano al loro primo inverno, la consapevolezza che dove attecchisce collaborazione autentica, amore per il proprio territorio, partecipazione può nascere un futuro fantastico – come la Valle Soana. Mi porto via la curiosità di sapere come continuerà. Forse l’invito di VIHTA comincia proprio a mostrare il suo valore quando le due settimane finiscono, nelle relazioni a cui decidiamo di dare ancora tempo, nella disponibilità a tornare, in ciò che facciamo di quel primo, breve imparare a stare.








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