Quando la montagna cede: il disastro in Nepal e la nuova fragilità delle terre alte
In che modo i cambiamenti climatici hanno contribuito al disastro che ha ucciso più di 1400 persone in Nepal poche settimane fa? Ce lo spiega Sofia Farina di Source International.
È probabilmente impossibile non aver visto almeno un video della disastrosa colata di detriti, fango e acqua che a fine agosto 2026 ha investito intere vallate nel Nepal centro-settentrionale, non lontano dal confine con la Cina. Nella confusione delle prime ore, erano emerse diverse ipotesi relative a ciò che avesse potuto causare quel disastro: un terremoto? Una frana?
I sorvoli, le analisi satellitari e sul posto dei migliori geologi e glaciologi del pianeta, hanno poi permesso una prima ricostruzione dell’avvenuto: una porzione enorme di roccia e ghiaccio era collassata a circa 5.150 metri di quota, precipitando per oltre un chilometro verso il fondovalle. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, basti sapere che l’impatto ha generato un segnale sismico paragonabile a quello di un terremoto di magnitudo 5.5.
Da lì è iniziata una catena di eventi: roccia, ghiaccio e detriti hanno formato una valanga di roccia e ghiaccio; parte del ghiaccio si è sciolta durante il movimento e all’impatto; la massa ha incorporato acqua, sedimenti e altro materiale presente nel fondovalle, trasformandosi prima in una colata detritica e poi in una violentissima piena improvvisa lungo il sistema fluviale Bhote Koshi-Trishuli. In appena 7 minuti il fronte ha raggiunto l’area di Rasuwagadhi, 22 chilometri più a valle. Nel giro di poche ore gli effetti si erano propagati per circa 200 chilometri.
A distanza di un mese, i numeri danno la misura del disastro: secondo i dati presentati dal governo nepalese alle Nazioni Unite e riportati da ICIMOD – l’International Centre for Integrated Mountain Development, un centro intergovernativo di ricerca con sede a Kathmandu – più di 1.400 persone hanno perso la vita e circa 6.000 risultavano ancora disperse. I danni economici sono stati stimati in oltre 5 miliardi di dollari, quasi il 15% del prodotto interno lordo del Nepal. Ma dietro questi numeri c’è una domanda che torna ormai dopo quasi ogni grande disastro naturale: c’entra il cambiamento climatico?
Non basta dire “è colpa del clima”
La risposta, in questo caso, è più complessa di un sì o di un no. Il 17 settembre il World Weather Attribution, il gruppo internazionale specializzato proprio nello studio del rapporto tra eventi estremi e riscaldamento globale, ha pubblicato una prima analisi del disastro. La conclusione non è che il cambiamento climatico abbia causato in modo diretto il collasso del Langtang Lirung. La struttura geologica della montagna, le fratture nella roccia e probabilmente anche gli effetti persistenti del grande terremoto che colpì il Nepal nel 2015 hanno avuto un ruolo nel predisporre il versante all’instabilità. Però il riscaldamento globale sta modificando le condizioni fisiche che tengono insieme queste montagne.
Questo è un perfetto esempio di che cosa sia e come funzioni la scienza dell’attribuzione. Quando studiano un’ondata di calore, una precipitazione estrema o una siccità, i ricercatori non cercano generalmente di stabilire se il cambiamento climatico abbia “acceso” o meno un singolo evento. Confrontano invece il clima nel quale viviamo oggi con un pianeta senza il riscaldamento prodotto dalle attività umane, e cercano di capire quanto siano cambiate la probabilità o l’intensità dell’evento. È un approccio ormai consolidato nella letteratura scientifica e riconosciuto dall’IPCC: permette di passare dal generico “gli eventi estremi aumenteranno” alla stima quantitativa di quanto il riscaldamento antropico abbia modificato un determinato rischio.

Nel caso del Nepal però l’esercizio è ancora più difficile. Una valanga di roccia e ghiaccio non è una variabile meteorologica direttamente misurabile come la temperatura o la quantità di pioggia, ma il risultato finale di una lunga catena di processi geologici, glaciologici e climatici. Per questo World Weather Attribution precisa di non aver effettuato una vera e propria attribuzione della probabilità del collasso. Ha invece studiato quanto il clima che prepara il terreno a questi fenomeni sia cambiato.
I risultati sono significativi. Nei mesi di luglio e agosto, immediatamente precedenti al disastro, il cambiamento climatico causato dalle attività umane ha aumentato di circa 1,5 °C le temperature nell’area interessata. Su scala annuale l’aumento attribuibile al riscaldamento antropico è di circa 2 °C e in alcuni mesi invernali arriva fino a circa 3 °C. Contemporaneamente, durante le stagioni monsonica e post-monsonica, la quota dello zero termico si sta spostando verso l’alto a un ritmo dell’ordine di 100 metri per decennio. Sono numeri che cambiano le dinamiche delle terre alte.
Temperature più alte significano degradazione del permafrost, fusione del ghiaccio presente nelle fratture della roccia e maggiore disponibilità di acqua liquida all’interno dei versanti. Il ritiro dei ghiacciai può inoltre togliere sostegno alle pareti che per lungo tempo sono state a contatto con il ghiaccio, modificando la distribuzione degli stress. E, salendo di quota il limite tra neve e pioggia, una quota maggiore delle precipitazioni arriva direttamente sotto forma di acqua liquida, capace di infiltrarsi nelle fratture. Possiamo quindi correttamente dire che il clima può modificare progressivamente le condizioni di stabilità di una montagna e che lo ha fatto in questo caso.
Un allarme che arriva da lontano
Purtroppo il disastro di Rasuwa non ha colto la comunità scientifica di sorpresa. Da anni i ricercatori avvertono che l’Hindu Kush Himalaya è uno degli ambienti montani più vulnerabili al riscaldamento globale. Il rapporto HI-WISE pubblicato dal centro di ricerca ICIMOD nel 2023 mostrava che i ghiacciai della regione erano scomparsi durante gli anni Dieci a una velocità superiore del 65% rispetto al decennio precedente.

Sulle attuali traiettorie di emissione, entro la fine del secolo potrebbe andare perso fino all’80% dell’attuale volume glaciale. Questo numero dovrebbe essere spaventoso non solo per gli scienziati del ghiaccio o per gli addetti ai lavori, ma anche per gli abitanti e gli amministratori della regione, visto che dal “terzo polo” del pianeta dipende direttamente o indirettamente una parte enorme dell’Asia: neve e ghiaccio dell’Hindu Kush Himalaya alimentano dodici grandi sistemi fluviali e forniscono servizi idrici a circa due miliardi di persone.
Nell’ottobre del 2023 anche il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres era salito nella regione dell’Everest per portare l’attenzione internazionale sulla crisi della criosfera. “I tetti del mondo stanno crollando” disse. All’epoca ricordò che il Nepal aveva già perso quasi un terzo del proprio ghiaccio in poco più di trent’anni. Oggi, tre anni dopo, quelle parole assumono un significato ancora più concreto. Perché la perdita di ghiaccio non significa soltanto avere meno ghiacciai. Significa modificare l’idrologia, aumentare o trasformare alcuni tipi di rischio, destabilizzare versanti e infrastrutture, cambiare la disponibilità di acqua e moltiplicare la possibilità che un fenomeno ne inneschi immediatamente un altro.
È quello che scientificamente chiamiamo un rischio a cascata: una parete collassa, il materiale coinvolge il ghiaccio, il ghiaccio produce acqua, la massa diventa una colata detritica, la colata entra in un fiume e diventa un’alluvione che attraversa villaggi, centrali idroelettriche, strade e confini nazionali. È anche per questo motivo che definire questi fenomeni delle “catastrofi naturali” rischia di essere fuorviante. Il processo fisico alla base è naturale, certo, ma le dimensioni del disastro dipendono dall’incontro tra pericolosità, esposizione e vulnerabilità: da dove costruiamo case, strade e dighe, da quanto riusciamo a osservare una montagna che cambia, dalla qualità dei sistemi di allerta e dalla capacità delle comunità di reagire.
Dieci cose da fare, adesso
Dopo il disastro, scienziati e rappresentanti dei paesi dell’Hindu Kush Himalaya si sono incontrati a Kathmandu. Dal confronto sono nati i “Kathmandu 10 Action Points”, dieci priorità individuate da ICIMOD, dalla National Disaster Risk Reduction and Management Authority del Nepal e dai partner internazionali per affrontare una nuova generazione di rischi montani.

Le proposte vanno dalla riprogettazione dei sistemi di early warning – per renderli capaci di intercettare anche fenomeni rapidissimi – alla creazione di una mappa regionale degli hotspot multi-rischio attraverso satelliti e previsioni basate sugli impatti. Chiedono che tra paesi confinanti non vengano condivisi soltanto dati grezzi, ma informazioni già utilizzabili per prendere decisioni; che siano valutate le capacità di risposta disponibili nell’intera regione e rivisti i sistemi di comunicazione durante le emergenze.
ICIMOD propone inoltre un gruppo tecnico regionale permanente, un fondo comune per rispondere alle catastrofi e un portale condiviso che superi la frammentazione dei dati tra istituzioni. Gli ultimi due punti guardano invece al dopo: una ricostruzione centrata sulle persone, che tenga conto anche delle diverse vulnerabilità sociali e di genere, e piani di recupero articolati nel breve, medio e lungo periodo e sostenuti da finanziamenti adeguati. La parola chiave è, inevitabilmente, cooperazione: i ghiacciai e i bacini idrografici non rispettano i confini amministrativi.
Ma c’è un altro messaggio che arriva dal Nepal. Possiamo migliorare il monitoraggio, osservare le pareti con satelliti e sensori, rendere più efficienti le allerte, evitare di costruire infrastrutture nei luoghi più esposti. Dobbiamo farlo. È una lezione che riguarda l’Himalaya, ma parla a tutte le terre alte del pianeta: dove ghiacciai e permafrost arretrano, non sta solamente cambiando lo sfondo della nostra esistenza, sta cambiando la geometria stessa della montagna e, con essa, la geografia del rischio. Prepararsi significa quindi osservare meglio e condividere i dati, ripensare dove e come costruire, finanziare l’adattamento e la riduzione del rischio, dare alle comunità montane strumenti e risorse per convivere con un territorio che cambia.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.








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